Milan, prova di forza: Atalanta battuta (con brivido finale)

I rossoneri si impongono sul campo di una diretta concorrente con grande personalità e idee chiare. A segno Calabria, Tonali, Leao. Nel finale i bergamaschi accorciano con Zapata su rigore e Pasalic

Evidentemente è destino che per il Milan questo stadio non sia mai banale. Se due anni fa il Diavolo a Bergamo aveva toccato il punto più oscuro del suo passato recente (e da qui ha avuto la forza e la bravura di ricostruire), e sempre qui si era poi ripreso la Champions dopo sette anni di astinenza, stavolta conferma definitivamente la propria crescita con un ulteriore salto di qualità: questa è una squadra da scudetto, perfezionata in tutti i suoi meccanismi tattici, nelle innumerevoli soluzioni per arrivare al gol e spinta da una propulsione muscolare che ha del miracoloso e in questo momento sarebbe capace di portarla su Marte. Al Gewiss Stadium contro l’Atalanta finisce 3-2 con gol di Calabria dopo 28 secondi, Tonali, Leao, rigore di Zapata e infine Pasalic in pieno recupero.

Un successo che può essere chiamato impresa perché di questo si tratta quando qualcuno riesce a vincere a Bergamo. In questo caso si trattava di una sfida da Champions, perché entrambe le squadre sono in Champions ed entrambe intendono fortemente tornarci. Il Milan, nel giorno del 40° compleanno di Ibra, vola in classifica perché vola con la palla fra i piedi e vola con una testa mai così lucida e leggera. Nonostante il k.o. con l’Atletico in Champions, che aveva lasciato scorie mentali e fisiche. Una rabbia incanalata nel percorso giusto: l’Inter è tornata due gradini sotto e il Napoli resta a portata di sorpasso due gradini sopra. L’Atalanta, che stava vivendo un momento di crescita costante, va sbattere con una violenza che non si aspettava e deve anche recitare il mea culpa: i primi due gol rossoneri sono stati propiziati dai pesanti errori di due singoli (Musso e Freuler).

Le scelte

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Gasperini, che in coppa ha perso Gosens, ha variato per due undicesimi l’undici che ha sconfitto lo Young Boys: Maehle al posto del tedesco e Palomino (recuperato dai problemi muscolari) al posto di Toloi, k.o. per un risentimento muscolare. Il resto ha ricalcato la squadra di Champions: De Roon e Freuler in mediana, Zappacosta a destra, l’uomo di coppa Pessina dietro Malinovskyi e Zapata. Anche Pioli ha cambiato soltanto due uomini rispetto all’impegno europeo, ma nel suo caso soprattutto per mancanza di alternative. Al solito elenco di malati infatti si è aggiunto all’ultimo momento Giroud, vittima di nuovo del mal di schiena. Il numero di indisponibili quindi è tornato a quota sei e Rebic ancora una volta è stato chiamato all’opera da centravanti, con Diaz alle sue spalle. Rispetto all’Atletico la prima novità è stata l’impiego di Tonali, ma rispetto alle previsioni forse la vera sorpresa è stata Kessie, a cui il tecnico in una partita tecnica e muscolare allo stesso tempo, non ha voluto rinunciare nonostante il periodo opaco. In difesa è tornato Kjaer accanto a Tomori. Prima panchina per Messias.

Gara “verticale”

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Pioli è stato coerente. In vigilia aveva praticamente annunciato l’atteggiamento della sua squadra (“difendere bassi non ci piace, cercheremo di fare la partita”) e così è stato. Quanto meno nei primi minuti, sufficienti però per ritrovarsi avanti dopo 28 secondi, per il gol più veloce del campionato. Il Milan è arrivato in porta con quattro passaggi e un’azione tutta in verticale pensata da Hernandez (assist da numero 10, altro che terzino) e rifinita da Calabria in due step, grazie anche al gentile omaggio di Musso, che si è fatto scivolare via dai guanti la prima conclusione – tutt’altro che irresistibile – del capitano rossonero. Due segnalazioni che vale la pena fare: il gol è stato confezionato da due difensori, e Calabria che si è ritrovato a concludere da centravanti puro conferma come il Milan abbia mille strade per arrivare in porta. L’Atalanta ovviamente si è ritrovata sotto la doccia ghiacciata senza nemmeno aver capito bene cos’era successo. Una bambola di cui ha cercato di approfittare Diaz pochi minuti dopo, respinto goffamente col piede da uno stralunato Musso. Al di là dell’avvio shock dei nerazzurri, è stato subito un match di un’intensità totale. Come previsto, com’è nelle corde di due squadre che amano andare a riprendersi in fretta il pallone e cercano la profondità. Una partita praticamente tutta in verticale da una parte e dall’altra, senza un attimo di respiro. In altre parole: una partita “europea”, di quelle che si vedono in coppa o in altri campionati. Appunti sparsi: super lavoro di aiuto ai compagni da parte di Rebic, moto perpetuo di Diaz a metà fra il disturbo su De Roon e la consueta danza fra le linee, col grande merito di far salire la squadra. Per Leao e Saelemaekers meno fascia e più imbucate dentro il campo. Dall’altra parte Zapata e Pessina hanno provato a cercare spazi a sinistra e Zappacosta si è infilato più di una volta sulla corsia opposta. A mancare è stata soprattutto la spinta dalla mediana, anche se per tutta la parte centrale del primo tempo la Dea si è presa campo e palla ed è iniziata la sfida con Maignan. Zapata, Zappacosta, Zapata: il francese ci ha messo i guanti con tre interventi decisamente laboriosi, soprattutto negli ultimi due casi.

Autolesionismo

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La spinta nerazzurra si è affievolita a metà tempo con il k.o. di Pessina, uscito per problemi muscolari. Senza il suo uomo d’equilibrio la Dea ha perso spinta e inerzia, anche perché il rimedio di Gasperini non ha convinto per nulla: dentro Pezzella largo a sinistra, Maehle sulla trequarti. Poi l’Atalanta si è di nuovo fatta male da sola. A due minuti dal 45’ Freuler si è addormentato sul pallone praticamente da ultimo uomo e se l’è fatto rapinare da Tonali, che si è presentato da solo davanti a Musso e l’ha superato. Un secondo schiaffo violentissimo. Nella ripresa Gasp ha inserito altre forze fresche: Koopmeiners per Demiral subito, ma soprattutto Muriel per Maehle e Ilicic per Malinovskyi dopo una decina di minuti. Avanti tutta. Il Milan però non ha perso né smalto atletico né lucidità tattica. Il Diavolo ha lasciato per lo più palla fra i piedi avversari ma ogni volta che ripartiva era in grado di dar vita a qualcosa di pericoloso. L’apice al quarto d’ora, con un colpo di testa di Saelemaekers, tutto solo, smanacciato in angolo da Musso con un riflesso mostruoso. Il Diavolo ha incanalato il match intorno alla mezzora dopo una serie di assalti continui ma poco lucidi e ragionati da parte della Dea. Pancia e non testa. La parola fine ha provato a scriverla Leao, che ha esaltato un contropiede di Hernandez spedendo il pallone nell’angolo più lontano. Già, perché sul tre a zero pareva davvero chiusa così, ma in realtà i nerazzurri sono rimasti agganciati in qualche modo alla partita. Prima con un rigore di Zapata (mani del debuttante Messias) al 42’ e poi col 2-3 di Pasalic al 48’. Ma a quel punto non c’era più tempo per tentare il miracolo.

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