Milan, che slalom per tornare al top. Da Berlusconi a Elliott, decide ancora Ibra

Dall’ultimo scudetto tre cambi di proprietà e nove allenatori: la linea verde di Gazidis e Maldini funziona, ma il fattore chiave resta lo svedese, adesso come dieci anni fa

Le maglie dicono tutto: l’ultima volta che un derby metteva in palio la vetta della classifica, sulla divisa dell’Inter lo stemma del club doveva farsi largo nel traffico, tra i simboli di scudetto, Coppa Italia e Mondiale per club. I nerazzurri esibivano i successi figli del Triplete, il Diavolo aveva più spazio ma presto lo avrebbe riempito: 3-0 e fuga verso il titolo, quello del moonwalk di Boateng e dei fuochi d’artificio a San Siro. Il Boa ballava, Pato baciava Barbara Berlusconi e Ibra si godeva la festa, fiero di aver mantenuto la parola: “Sono venuto per vincere, quest’anno vinciamo tutto”. Dieci anni dopo lo svedese è ancora lì, di nuovo al centro del Milan, ha promesso che lui e i suoi fratellini lotteranno per il titolo e i numeri gli danno ragione. Non fatevi ingannare dall’illusione ottica, però: tra uno Zlatan e l’altro è successo di tutto. Tra cambi di proprietà – tre –, di panchina – nove –, esclusioni dalle coppe, campagne acquisti faraoniche e spending review, il Diavolo ha mutato pelle ripetutamente: la risalita ora è realtà, ma è costata dieci anni di montagne russe.

no coppa no party

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Nel 2011-12 il Milan è un elefante con 160 milioni di ingaggi sulle spalle, Ibra vince la Supercoppa sulla solita Inter, ma manca il bis in A: trionfano Conte – già, proprio lui – e la sua Juve. È l’anno del gol fantasma di Muntari, di Tevez al ristorante con Galliani e del suo arrivo sfumato. Lo smantellamento prende corpo l’estate successiva, con le cessioni di Thiago Silva e Ibra per ragioni di bilancio. La Champions garantisce milioni preziosi, il Milan la frequenta fino al 2014: esce di scena con Seedorf, subentrato ad Allegri, nessuno dei tecnici scelti da Berlusconi negli ultimi tre anni al timone riuscirà ad avvicinarsi. La fine di un’era e l’inizio dell’ossessione delle due proprietà che si succederanno al Cavaliere: senza la coppa i conti non tornano, le stelle si accasano altrove e gli sponsor se ne vanno o rinnovano al ribasso. L’all-in di Li Yonghong nel 2017-18 ha dissestato i bilanci di via Aldo Rossi. Il misterioso broker cinese, che per versare a Fininvest i 740 milioni pattuiti al closing ha bussato alla porta di Elliott (prestito da 303 milioni), aveva ereditato una squadra su cui gravavano “solo” 80 milioni di stipendi: dopo un mercato da 228 milioni, il monte ingaggi lievita di quasi 40. Soprattutto, le operazioni di Fassone e Mirabelli, a.d. e d.s. “cinesi”, non hanno fruttato: da Bonucci, botto da 40 milioni tornato a Torino dopo una stagione da capitano, alla coppia Silva-Kalinic, flop in attacco. Dei dieci acquisti di Mr. Li, solo Kessie e Calhanoglu sono tuttora in rosa.

chimica

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Il Milan di Elliott ha invertito la rotta. La ricetta per tornare in alto passa dagli investimenti strutturali – il progetto del nuovo San Siro, stadio di proprietà da costruire con l’Inter, è un punto fermo della gestione made in Usa, mentre quello del Portello dell’era Berlusconi naufragò presto – e dal risanamento dei conti. L’a.d. Gazidis asciuga i costi degli ingaggi – scesi dai 140 milioni del debutto di Elliott ai 90 attuali – e quelli delle spese sul mercato: in questo 2020-21 il saldo è tornato positivo (+25,3 milioni) dopo 6 anni. Come sempre, però, tutto passa dal campo, e la chimica tra giovani talenti e big di esperienza cui lavorano il d.t. Maldini e il d.s. Massara suggerisce che la strada imboccata è quella giusta. Giusta ma tortuosa, le tappe portano i nomi di Leonardo, Boban, Gattuso, Giampaolo. E naturalmente di Rangnick: per scrollarsi di dosso il suo fantasma e prendersi definitivamente il Milan, Pioli ha dovuto costruire una squadra da vertice in un paio di mesi.

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