Mihajlovic: “Ho pianto, ho urlato, ma non ho mai perso la voglia di vivere”

Al Festival dello Sport l’allenatore del Bologna si è raccontato senza veli, intervistato dal vicedirettore della Gazzetta, Andrea Di Caro

Dal nostro inviato Marco Pasotto

8 ottobre – Trento

La partita della vita. Che stavolta non è la sfida più importante sul campo. Vita, in questo caso, sta per sopravvivere e poi per nascere una seconda volta. “La partita della vita” è il titolo dell’evento a cui ha preso parte oggi Sinisa Mihajlovic nell’ambito del Festival dello Sport, organizzato a Trento dalla Gazzetta dello Sport. Un intreccio di pallone, emozioni, schiaffi del destino e coraggio. Una vita strapiena, quella di Sinisa, che non si è fatto mancare nulla fin da bambino tra guerre, parenti diventati nemici, amici pericolosi, fino alla prova più dura con la leucemia che ha cercato di mandarlo al tappeto, senza riuscirci. Mihajlovic si è aggrappato con tutte le sue forze alla famiglia e anche al pallone per uscire dal tunnel. Per restare vivo. “C’è stato un periodo della vita in cui mi sono dimenticato di piangere. Poi ho pianto spesso, ora sono in una via di mezzo”, racconta l’allenatore del Bologna, che porta la platea sull’ottovolante tra battute – ha tempi comici perfetti, Sinisa – e momenti seri. “Dobbiamo essere veloci perché ho allenamento fra poco”, scherza sul palco con Andrea Di Caro, con cui ha scritto “La partita della vita”, un libro in cui si mette completamente a nudo.

L’infanzia

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Scorrono le sue foto, fin dai primi mesi di vita. Lui che è di mamma croata e papà serbo (“La mia famiglia era povera, non c’erano i soldi per l’asilo, i miei lavoravano e io quando avevo 6 anni la mattina andavo a fare la spesa e facevo da babysitter a mio fratello, che ha 4 anni meno di me. A 6 anni ero già grande”), i ricordi del primo pallone (“Ci mettevo sopra la crema e non lo usavo contro le serrande, magari adibite a porta, ma solo sui prati”), di una carriera iniziata nella Serie C jugoslava, “Un campionato molto tosto” e culminata con la vittoria della Coppa dei Campioni con la Stella Rossa (“Il nostro premio fu meno di cinquemila euro, nella moneta dell’epoca”). Ci sono i terribili ricordi della guerra (“La prima casa distrutta nel mio Paese è stata la mia e a farlo è stato il mio miglior amico, croato. Mi chiedevo come fosse possibile che una guerra mettesse in dubbio un’amicizia. Poi mi spiegò che se non lo avesse fatto, lo avrebbero ammazzato”).

Quelle punizioni…

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Poi si torna a parlare di pallone e sul palco sale Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup ma anche del Torino, che lo ebbe come allenatore. Siparietto. Dice Cairo: “Era un giocatore che mi piacerebbe avere oggi. Per lui le punizioni erano meglio dei rigori”. Replica Mihajlovic: “In carriera ho sbagliato più rigori che punizioni”. Il pubblico si diverte, scorrono le immagini delle varie maglie indossate da Sinisa e Cairo aggiunge: “È rimasto con noi un anno e mezzo, ha fatto cose belle, ha fatto tanti gol e ne presi anche tanti. La difesa era migliorabile… – sorride il presidente -. A me piaceva come calciatore, come allenatore e come persona. Temperamento aggressivo, senza paura. La prima annata è stata molto bella, con una prima parte eccezionale e un gioco spumeggiante. Poi nella campagna acquisti invernali il mister si era fissato sull’acquisto di un giocatore non giovane, mentre io gli dicevo che non ci avrebbe fatto fare il salto di qualità. C’è stata frizione, poi ci siamo chiariti”.

Alla Lazio

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Mihajlovic torna ancora al calcio giocato e la sala ride di nuovo: “Un difensore centrale che ha esperienza, carattere, che fa assist, gol, punizioni e mette paura agli avversari perché li minaccia, come me, oggi non c’è. Io e Couto, che coppia. Uno litigava e l’altro menava, oggi purtroppo non si può più fare, non c’è più gusto. Oggi avrei giocato meno della metà delle partite… Ibra? Dopo le ruvidezze siamo diventati come fratelli. A Sanremo io ho cantato bene, lui no. Io so cantare”. C’è spazio anche per il Milan: “Berlusconi? Per me è un onore essere stato l’allenatore del Milan e averlo conosciuto. Tra noi non è andata proprio bene, forse per incompatibilità caratteriale: io non mi faccio mettere i piedi in testa e lui vuole comandare. Dal punto di vista sportivo non è stato esaltante, ma in termini personali è stato molto bello. Comunque il Milan di quegli anni non era il Milan degli anni precedenti e Berlusconi non era il Berlusconi degli anni precedenti”

La malattia

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Infine, la malattia. “L’ho vissuta per come sono fatto io, non sono un eroe. C’è gente che si vergogna e si nasconde per la malattia e non è giusto. Io l’ho comunicato perché non c’è nulla di cui vergognarsi, ho pianto tante volte e ho scoperto che è giusto farlo. Quando mi presentai in panchina a Verona pesavo 15 chili meno di oggi, ero più morto che vivo, ma ci sono andato per far capire a tutti che combattevo e volevo vivere normalmente. Quando mi sono visto in tv non mi sono riconosciuto ma non era un’immagine di debolezza, bensì di forza. Ho detto alla malattia ‘ora facciamo a pugni e vediamo chi vince’. Se è successo a me che sono grande grosso e allenato, può succedere a tutti. E allora capisci quanto è importante controllarsi. Fate gli esami del sangue ogni sei mesi. Ci sono stati momenti in cui allenavo con 40 di febbre, avevo dolori e magari mi facevano un’iniezione di morfina prima di cominciare l’allenamento. Dopo oltre un mese chiuso in ospedale volevo tornare in campo, ma i globuli bianchi non lo consentivano. Il dottore ha capito e mi ha lasciato lo stesso: se fossi rimasto in ospedale sarei morto”. Si chiude il sipario. Applausi.

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