Miha: “Io e Bologna pronti alla scalata. Con la città storia d’amore, ma dopo la leucemia…”

“Il progetto è chiaro: i migliori resteranno tutti e arriveranno rinforzi. Non aspettavo altri club. Tra me e la città una storia d’amore, ma…”

Andrea Di Caro

5 giugno – Milano

Mettetevi comodi, sta per iniziare a Bologna il “Sinisa IV”. Come una serie tv di successo che merita di essere prolungata, ci saranno altre 38 puntate quante le domeniche di campionato.

Mihajlovic, come la chiamiamo questa quarta stagione?

“Mi piacerebbe chiamarla “La scalata”. Perché l’obiettivo è scalare posizioni, finire nella parte sinistra della classifica, esprimere un buon calcio, far divertire i tifosi e rilanciare le nostre ambizioni, solo parzialmente messe in stand by nell’ultimo campionato segnato dal Covid. Una stagione strana e speriamo irripetibile che poteva costare cara a tanti club importanti, ma che il Bologna invece ha superato senza affanni. Un risultato non scontato, che è passato un po’ sotto silenzio”.

Perché ambizioni “parzialmente” messe da parte?

“Lo scorso anno non è stato fatto mercato, la crisi economica ha impedito quel processo di crescita che il presidente Saputo, la società ed io avevamo messo in agenda. Però la stagione è stata ugualmente importante perché ci ha permesso di far crescere i nostri giovani e di lanciarne altri. I frutti si vedranno quest’anno. Se dovessi dare un titolo al Sinisa III direi La transizione”.

La vedo pimpante sui titoli della sua serie… Diamone anche ai primi due anni e tracciamo un bilancio.

“Il Sinisa I senza dubbio “L’impresa”, per come ci siamo salvati facendo un girone di ritorno da applausi. Sinisa II “Il coraggio”: ce n’è voluto tanto per superare la malattia e nello stesso tempo, grazie all’aiuto di club, staff e giocatori, guidare il Bologna ad un campionato tranquillo. Il bilancio di questi tre anni non può che essere molto positivo: per i risultati ottenuti e per il gioco espresso anche se l’anno scorso sono mancati i picchi avuti nelle precedenti stagioni. Ma soprattutto per il lancio in questo ciclo di 22 giocatori giovanissimi e la loro valorizzazione tecnica ed economica. Un allenatore è chiamato anche a questo: perché sono io che lavoro per il club, non il club che lavora per me. Sono cambiate 15 panchine su 20 in serie A, se il Bologna non lo ha fatto vuol dire che il lavoro fatto è stato buono”.

Eppure a molti in città è sembrato che l’avventura stesse per interrompersi e che lei avesse preso tempo per valutare altre proposte.

“Alt, chiariamo subito. Io non ho preso alcun tempo e non ho trattato con altri club. Come ha spiegato anche l’ad Fenucci, a fine campionato la società mi ha proposto di vederci il 1 giugno per parlare della prossima stagione, lasciando a tutti una settimana libera per scaricare tensioni e tossine accumulate durante la stagione. Per me ci saremmo potuti vedere anche prima: la mia permanenza o meno a Bologna non dipendeva da altri club”.

Mi vorrebbe dire che se l’avessero chiamata Juventus o Inter avrebbe rifiutato?

“No, non sono ipocrita. Avrei ascoltato e pure accettato. Come è normale che sia e se qualche allenatore al posto mio dice il contrario vi prende per il c…. Ma non ho mai preso tempo per aspettare proposte. Il Bologna, per tutto quello che rappresenta per me, non sarà mai nella mia testa un piano B. Come non lo è stata nessuna società in cui ho lavorato. Se non sto più bene in un posto, non sento le giuste motivazioni o non percepisco ambizioni simili alle mie, me ne vado e sto a casa. Senza bisogno di avere un altro club”.

Beh, è sempre difficile però lasciare sul tavolo i soldi di un contratto…

“Ho giocato ad alti livelli per 20 anni, alleno da 15 in serie A… Sono un privilegiato, non faccio parte della stragrande maggioranza delle persone che se non lavora non porta il cibo a tavola. E in più con quello che ho passato due anni fa, secondo lei la mia priorità oggi sono i soldi di un contratto?”.

La battaglia vinta contro la leucemia ha così legato lei e Bologna, città e club, che per molti un suo addio sarebbe stato una mancanza di riconoscenza.

“Io sono grato al Bologna, alla città, alle strutture sanitarie, ai cittadini e ai tifosi per l’affetto e il sostegno che mi hanno sempre dimostrato. Ma che io ho ricambiato: il primo anno offrendo tutta la mia professionalità e salvando il club con un piede in B, il secondo facendo molto di più a livello umano. La società non mi ha mai messo in discussione quando mi sono ammalato ed è stato fantastico: ma quanti altri al posto mio avrebbero guidato la squadra da un letto di ospedale tra un ciclo di chemio e un altro? Sono andato in panchina più morto che vivo. Avevo difese immunitarie bassissime, con mascherina e distanziato da tutti mi presentavo allo stadio e poi tornavo in ospedale a curarmi. Ho fatto cose quasi folli per il Bologna. Ma non mi piace doverlo ricordare. Quello tra me e il Bologna è stato e spero continui ad essere un rapporto d’amore. E chi si ama non rinfaccia il proprio amore, non lo sta a misurare. Ho avuto tanto, ma ho dato tutto”.

Sento amarezza nelle sue parole.

“Capisco che un malato di leucemia unisca tutti senza se e senza ma. Poi quando la malattia non c’è più, resti solo un allenatore di calcio e magari torni quello stronzo arrogante di Mihajlovic, pure zingaro… Sono sempre stato un uomo divisivo, fa parte della mia natura, schietta e spesso rude. non nascondo mai idee e sentimenti. Ma non sono un falso”.

A qualcuno non è piaciuta la sua dichiarazione che sta bene a Bologna come è stato bene in altre città.

“E cosa avrei detto di male? Bologna è bella, accogliente e passionale. Ci vivo bene. Ma perché a Roma e Milano si vive male? Firenze è brutta? Torino non è elegante? Genova non ha fascino? Catania la conoscono in pochi ma è un gioiello… Sto parlando di città dove ho giocato o allenato. Sono un giramondo, mi trovo bene ovunque e l’Italia è tutta bella. Se poi per copione ovunque uno stia deve dire che è la città più bella del mondo o che la squadra che allena è quella per cui tifava da bambino, allora mi spiace ma io non sono un buon attore”.

Dopo l’ultima partita persa con la Juve lei sembrava demotivato.

“Non ero demotivato, ero deluso. Io la notte del k.o. non ho chiuso occhio: ho rivisto la partita e non c’ho dormito. Se questo vuol dire essere demotivati…”.

Torniamo alle ambizioni del Bologna.

“Ho parlato con Saputo, Fenucci, Sabatini, Bigon e Di Vaio: remiamo tutti dalla stessa parte. C’è la volontà di confermare tutti i nostri migliori giocatori e di coprire quelle caselle rimaste un po’ scoperte negli ultimi anni: il centrale di difesa e il centravanti. Non girano soldi, vendere ora ha poco senso, meglio comprare, valorizzare e crescere. Se poi dovesse arrivare una super offerta per un nostro giocatore la valuteremo, ma l’idea è tenere tutti”.

Andranno via vecchi guerrieri a fine contratto: da Palacio a Danilo ad altri.

“Ringrazio chi è stato con noi e ha fatto tanto per questa maglia. I cicli finiscono, il ricordo resta”.

In serie A c’è stata la rivoluzione degli allenatori. Cosa l’ha stupita di più?

“L’addio di Conte. capita raramente che chi ha vinto lo scudetto in modo cosi convincente poi si separi. È chiaro che i programmi e le ambizioni tra lui e l’Inter non coincidevano più. Ma Conte, al di là della buonuscita, dimostra che si può rinunciare a una panchina importante se qualcosa non quadra più. Ha fatto in ogni caso un lavoro enorme. Sono contento per Simone Inzaghi, è bravo e troverà un solco tracciato”.

Il colpo migliore?

“Senza dubbio Mourinho alla Roma. i Friedkin sono stati bravi a fare tutto in fretta. Se oggi fosse stato libero, Josè sarebbe potuto tornare all’Inter o al Real Madrid. Con lui la Roma non solo ha preso un grande allenatore, ma un leader e un grande uomo. L’ho capito durante la mia malattia: mi è stato vicino, con affetto e partecipazione, non lo dimentico. A Roma Mou può diventare un Re”.

Allegri alla Juve?

“Dopo il tentativo di cambiare Dna con Sarri e la scelta del giocatore bandiera con Pirlo, la Juve è tornata sulle sue certezze: con Allegri ripartirà in pole per lo scudetto”.

E poi Gattuso, Spalletti, Sarri…

“Le sfide in panchina si annunciano quasi più esaltanti di quelle in campo. ma la differenza la fanno sempre quelli con gli scarpini ai piedi…”.

Perché Mihajlovic non è finito in un grande club?

“Mihajlovic sta bene a Bologna. Ma in Italia si fatica a dare opportunità. Per i top club girano sempre gli stessi: si cercano tecnici che abbiano fatto le coppe, ma se non finisci in quei club le coppe non le fai. È un cane che si morde la coda… Faccio de nomi che avrebbero meritato una chance: De Zerbi che invece è andato all’estero e Italiano che è giovane e bravo: ha portato lo Spezia in A, lo ha salvato, cosa doveva fare per un salto ulteriore, camminare sull’acqua?”.

Ancelotti è tornato a Madrid.

“Sono felice per lui, Carlo si fa voler bene ovunque va. Come tecnico neanche ne parlo, ha vinto tutto”.

Che fine ha fatto la sua cittadinanza onoraria a Bologna?

“Non deve chiederlo a me. Mi aveva fatto piacere essere scelto, non ho saputo più nulla. Ma non è una cerimonia che cambierà i miei sentimenti: mi sentirò sempre un po’ bolognese con o senza cittadinanza”.

Un messaggio ai tifosi?

“Non pretendo l’unanimità, che mi fa pure un po’ paura… possono applaudirmi o fischiarmi, è giusto così. Ma sappiano che non scaldo una panchina: se sono ancora qui è una garanzia anche per loro. Vuol dire che le ambizioni del club ci sono. E sono convinto che ci divertiremo”.

Precedente Benatia lascia l'Al Duhail: il comunicato del club del Qatar Successivo Juve, idea Milenkovic per una difesa top: perché Allegri sta cercando dei “quasi” titolari

Lascia un commento