Meno follie, l’Italia però resta dietro

Spenta l’eco dei botti di capodanno, molti sperano che la sessione invernale del mercato accenda altri fuochi d’artificio per le proprie squadre. Gennaio è certamente la finestra meno movimentata ma in passato ha riservato qualche boato come l’operazione Vlahovic-Juve. Oggi i club italiani devono, però, fare i conti con varie limitazioni.  

Italia, calciomercato in tono minore 

Lo spazio nei bilanci per molti è risicato e vincola a operazioni in uscita che riducano monte ingaggi e costo per gli ammortamenti dei cartellini, prima di appesantire il conto economico con nuovi acquisti. Ristrettezze non proprio funzionali alla necessità di puntellare rose falcidiate da infortuni legati a gare troppo ravvicinate, calendari affollati con varie competizioni da gestire in parallelo. L’Inter deve coprire il vuoto lasciato sulla destra da Cuadrado, operazione fin qui fallimentare: Buchanan è una soluzione low-cost. Molti ritenevano la Juve carente a centrocampo ma gli exploit di giocatori sottovalutati (vedi McKennie) unite all’ottimo inserimento di alcuni giovani produce risultati che rendono meno impellenti acquisti oggi irraggiungibili, alla luce della necessità di cercare l’equilibrio economico. I bianconeri dovranno fare 150 milioni di utili da trading nei prossimi tre anni, riducendo nel frattempo il costo della rosa che dovrà atterrare, tra stipendi e ammortamenti, sotto i 300 milioni (dagli oltre 400 attuali). Obiettivi non compatibili con grandi operazioni in entrata. Dopo un’estate pirotecnica, il Milan pensava forse di dedicarsi a colmare deficienze minori della rosa (il vice-Theo, il vice-Giroud) ma l’emergenza in difesa è il primo problema. Non ci sarà budget per operazioni di rilievo, stante anche l’uscita dalla Champions: Gabbia è la classica mossa obbligata per rimediare senza disfare il budget delle manovre estive. Per diversi motivi, le romane hanno pochissimo spazio di manovra: la Lazio, avendo già sostenuto sforzi significativi in estate, la Roma perché stretta dal settlement agreement che un disequilibrio strutturale tra costi e ricavi rende critico. Thiago Pinto dovrà cercare con abilità le solite occasioni sul mercato. 

Spazi di intervento, dal Napoli all’Atalanta 

Chi ha spazio di intervento è il Napoli, reduce dal miglior bilancio della sua storia (80 milioni di utile) e desideroso di rendere più competitiva una rosa che fatica a stare in zona Champions. Anche l’Atalanta ha i conti in ordine e potrà permettersi qualche operazione mirata. Tutti dovranno però confrontarsi con una realtà nuova: la fine del decreto crescita rende più onerosi gli acquisti, riducendo il numero e la portata delle operazioni fattibili coi budget disponibili. Esattamente come l’inflazione ci fa più poveri, rendendo qualsiasi bene più costoso a parità di stipendio.  Sul mercato in entrata forse non si abbatterà l’onda saudita dell’estate scorsa. Molti acquisti roboanti dell’ultima sessione non danno le prestazioni sperate, qualcuno fa i conti con la difficoltà pratica di vivere in un paese molto diverso per abitudini, tradizioni, stile di vita, clima. Anche molto distante, in termini competitivi, dall’agonismo delle competizioni europee. Ovviamente il calcio arabo proseguirà la sua crescita e sarà un fattore condizionante per i campionati europei, in senso positivo dal punto di vista economico e forse negativo da quello tecnico, ma non è scontato che a gennaio sentiremo botti clamorosi.

Cautela anche in Premier League 

Anche tra i big spender della Premier prevale la cautela. Le vicende che hanno colpito l’Everton e potrebbero forse coinvolgere City e Chelsea inducono (finalmente) a prendere sul serio il rispetto dei parametri finanziari. John Murtough, football director del Man United, ha preannunciato un mercato invernale austero, con un occhio alle uscite più che alle entrate, dopo quasi mezzo miliardo speso nelle ultime due stagioni. Non illudiamoci però: i ricavi degli altri crescono, il giro d’affari complessivo del calcio europeo ha superato i livelli pre-Covid e noi siamo tra quelli che crescono meno.


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