Maldini: “Gigio ha avuto fretta. Da dirigente mi sentivo inutile, ma poi…”

Lunga intervista del d.t. rossonero a Sette: “San Siro è casa mia, ma solo col nuovo stadio torneremo al vertice in Europa. Il mio ricordo più bello? La Coppa dei Campioni del 1989”

31 dicembre – Milano

“All’inizio, ogni sera tornavo a casa e dicevo a mia moglie che era un disastro. Leonardo mi aveva voluto con sé e io gli ripetevo che mi sentivo inutile. Non capivo la parte amministrativa del lavoro, mi chiedevo cosa ci stessi a fare. Io devo sentirmi protagonista”. È un Paolo Maldini a cuore aperto, quello che si racconta a “Sette” in una lunga intervista. La leggenda rossonera – prima campione straordinario in campo, ora direttore tecnico – spiega così le grosse difficoltà incontrate inizialmente nel passaggio dal campo alla scrivania. “Poi Leonardo decise di andare al Psg? – continua -. ‘Che c… dici Leo?’, fu la mia risposta. Con gli occhi di fuori. Mi sono sentito perso. Ma sinceramente, subito dopo ho avuto anche la sensazione di essere per la prima volta a mio agio. Ero tornato in una situazione dove non avevo nessuno che mi faceva da scudo. Quello che ho sempre cercato. A Leonardo sono molto grato, l’apprendistato con lui è stato fondamentale. Ci sentiamo spesso”.

Stadio

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Oggi Maldini lavora in un Milan obbligato a concentrarsi anche su ciò che avviene fuori dal campo. Come la questione stadio: “L’addio a San Siro? Credo e spero che possa essere così – assicura Paolo -. Fa impressione, me ne rendo conto. Anche a me. Ci ha giocato mio padre, ci ho giocato io, ci gioca mio figlio. È stata la mia casa. Se la mettiamo sui ricordi, chi più di me potrebbe sentirsi ferito per un cambio così epocale? San Siro è un pezzo della storia di Milano. Ma se è diventato un luogo così iconico, lo deve alle imprese dei club e dei calciatori che ci hanno giocato. A questo dobbiamo pensare. Se noi vogliamo che Milan e Inter tornino ai piani alti del calcio europeo, scrivendo pagine bellissime come quelle di San Siro, non possiamo che avere uno stadio nuovo. Le alternative non esistono. Questa non è una opinione, è una certezza. Non voglio cancellare un passato meraviglioso. Solo che a me piace guardare avanti. È un po’ l’idea della mia vita”.

Il calcio italiano

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Poi la riflessione si allarga al momento generale del calcio italiano. “Pensare di tornare al dominio di inizio millennio è irreale. Proprietari alla Berlusconi o alla Moratti non ce ne saranno più. Lo dice la finanza, lo dice come va il mondo. E intanto gli altri, la Premier League ma anche la Bundesliga grazie al Mondiale del 2006, si sono organizzati e ci hanno superati, rifacendo gli stadi. Che poi è il modo per generare profitto e rendersi più competitivi. Lo avessimo fatto prima noi, saremmo rimasti competitivi, come dimostra la Juventus. Ma non è avvenuto finora, per la prevalenza dell’interesse particolare. Quando si parla di Lega calcio, servirebbe un minimo di visione comune, meglio se a lungo termine. L’investimento nelle infrastrutture è l’unica opportunità possibile, se vogliamo tornare alle grandi imprese europee. Altrimenti non resta che sognare l’arrivo del principe azzurro”.

La fretta di Gigio

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Uno dei capitoli più spinosi da affrontare per il Maldini dirigente è stata la vicenda Donnarumma. “A volte so di sembrare quasi fatalista – è il pensiero del d.t. -. Gianluigi Donnarumma è una bella persona, piena di emozioni. Io credo che in un mondo ideale l’unica vera motivazione di un calciatore dovrebbe essere la passione. Ma se il tuo obiettivo è quello di ottenere un riscatto sociale, e denaro da dare alla tua famiglia, che ha stretto la cinghia per te negli anni della tua infanzia, quelle sono motivazioni. Da capire e rispettare. Per raggiungere certi risultati e una certa statura come giocatore, le motivazioni sportive sono fondamentali. Può succedere che le necessità di un giocatore non si combinino con quelle di una società. C’è chi riesce ad aspettare, e chi invece ha fretta. Non sta a me giudicare certe scelte”.

Il bivio da bambino

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Maldini e Milan sono una cosa sola, considerando che anche papà Cesare ha scritto la storia lì, e che entrambi i figli (Christian e Daniel) si sono formati calcisticamente in rossonero. “Da bambino, mio padre mi lasciò libero di scegliere tra Milan e Inter – racconta Paolo -. Avevo dieci anni. Eravamo in cucina, accanto al balcone, nella nostra vecchia casa a Città Studi. Magari confidava in una mia risposta di un certo tipo… Mi chiese anche se volevo stare in porta, a me piaceva molto, o fare il giocatore di movimento. E da allora, non mi chiese mai di diventare qualcuno. Mi ha sempre ripetuto quel che io oggi dico ai giocatori del Milan. Vuoi fare questo lavoro? Dai il massimo, rispetta il gruppo e le persone. Siate onesti e non avrete rimpianti. Alla fine, noi siamo quel che sono stati i nostri genitori, non si scappa da questo destino”.

Al top

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Maldini rivive poi il suo ricordo più bello in Europa: “La prima vittoria in Coppa dei Campioni, per distacco. Barcellona, 1989, contro lo Steaua Bucarest. Forse una delle ultime partite in cui lo stadio era tutto con una squadra. Ora ci sono regole fisse sulla capienza, non ci sono più blocchi dell’Est, non esiste più Ceausescu. La città era invasa dai nostri tifosi, fu una specie di esodo. Arrivando allo stadio, sia il nostro pullman che quello dello Steaua rimase bloccato in mezzo a questa marea rossonera. Il risultato era già scritto”.

Futuro

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L’ultimo sguardo è avanti. Molto avanti: “Come mi vedo tra 10 anni? Con i capelli bianchi, spero felice. In quanto a questo lavoro, o lo faccio con il Milan o non lo faccio. Forse all’estero, ma sinceramente dovrei pensarci. Sono contento di avere avuto questa opportunità. Perché so che se non lo avessi fatto, avrei sempre avuto il rimpianto di non averci provato. Anche per questo, il futuro non mi fa paura”.

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