L’Uefa non sposta la finale da Londra. Ma gli inglesi non potranno andare a Roma

La variante Delta fa aumentare i contagi nel Regno Unito: il caso è aperto. Il vicepresidente della Commissione Europea, Margaritis Schinas: “Dover disputare tre gare a Londra non è una decisione innocente…”

Dal nostro corrispondente Stefano Boldrini

30 giugno – LONDRA

L’immagine di Boris Johnson esultante di fronte alla televisione circolata ieri sera dopo il 2-0 dell’Inghilterra sulla Germania ribadisce un concetto: sarà difficile, quasi impossibile, cancellare le semifinali e la finale a Wembley di questo europeo. Le pressioni dell’Unione Europea per giocare in condizioni di maggior sicurezza, di fronte al rialzo dei contagi Covid nel Regno Unito – ieri 20.479 nuovi positivi –, sotto la spinta della variante Delta, non hanno per ora intaccato la posizione dell’Uefa, determinata a rispettare il piano iniziale e impassibile di fronte ai richiami delle istituzioni europee. Non c’è da sorprendersi, se consideriamo che la stessa Uefa permise durante l’esplosione della prima ondata del Covid di giocare a porte aperte l’11 marzo 2020 Liverpool-Atletico Madrid di Champions League. Quella gara, secondo una ricerca universitaria inglese, avrebbe prodotto 54 morti, uno ogni mille spettatori.

Allarme tifosi

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Non siamo più in quelle condizioni, per fortuna. L’Europa è il continente dove la vaccinazione sta marciando in modo più rapido, ma le riaperture e gli assembramenti continuano a provocare problemi. Ottanta tifosi finlandesi sono rientrati dalla trasferta di San Pietroburgo positivi al Covid. La variante Delta, scoppiata in Inghilterra – imperdonabile l’errore del governo britannico che sospese in ritardo i collegamenti aerei con l’India -, sta diventando prevalente in altri paesi. In Portogallo, fino a poco tempo nella green list del Regno Unito e nel quale i cittadini britannici potevano viaggiare senza restrizioni, c’è un focolaio Delta nell’area di Lisbona. Ci sono segnali negativi anche in altre nazioni, ma in Inghilterra le cifre sono davvero preoccupanti. La vaccinazione massiccia – l’84,6% della popolazione ha ricevuto la prima dose, il 62,1% ha completato il ciclo – protegge dal virus gli adulti, ma gli Under 30 sono i più colpiti da quella che ormai viene classificata come terza ondata. Organizzare tre gare a Wembley, con 60 mila spettatori a match, significa che in cinque giorni si ammasseranno 180 mila persone. Sullo sfondo, i quarti dell’Inghilterra a Roma, dove i fan inglesi non possono in teoria andare per la quarantena e perché il Regno Unito non ha aderito al passaporto vaccinale.

Richiami

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L’avvertimento indirizzato all’Uefa da Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione europea, è nel solco dei messaggi lanciati dal premier Draghi e dalla cancelliera Merkel: “Disputare a Wembley tre gare non è una decisione innocente e andrà presa con cognizione di causa. Il Regno Unito limita la circolazione dei cittadini verso l’Europa e poi apre lo stadio a sessantamila persone”. Sul tema si è espresso Andrea Crisanti, professore ordinario di microbiologia dell’Università di Padova: “Sulla fase finale degli Europei a Londra bisognerebbe riflettere, soprattutto sulla capienza. La variante Delta ha una capacità di trasmissione esplosiva. Se non vogliamo farci del male, dobbiamo rivedere questa situazione”. A questo punto un compromesso potrebbe essere semifinali da giocare a Monaco e Roma, con finale a Wembley: ecco, perché non considerare questa opzione?

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