L’onore e il dispetto

Forse Lotito non lo sa, ma mi è simpatico, le sue telefonate, il più delle volte di fegatosa ribellione, sono una gioia per le mie orecchie. Soltanto al trentesimo minuto del monologo, quando il padiglione auricolare è a un passo dall’ustione, lo imploro di interrompere la comunicazione e lo saluto con il timore che sia ancora in linea: non sopporto di passare per maleducato.

È convinto che il Corriere dello Sport lo osteggi per favorire Gabriele Gravina: il solo fatto che il proprietario della Lazio e consigliere federale per conto della Lega consideri il presidente della Figc un ostacolo da abbattere descrive perfettamente il livello del calcio italiano.

Che Lotito, al quale invidio energia e applicazione, non le notti insonni, sia inviso al giornale è dunque un’enorme cazzata: se giocassimo contro chi ha salvato dal fallimento la Lazio, una delle due realtà della città nella quale operiamo con serietà e passione da un secolo e che sentiamo un po’ nostre, saremmo dei coglioni. E non lo siamo per statuto, oltre che per natura e vocazione. I nostri umori dipendono esclusivamente dai risultati del campo.

La lunga premessa per arrivare al punto: Lotito ha detto di non aver capito il rinvio della partita con l’Udinese per il malore accusato da N’Dicka, poi finito in codice giallo. Immagino che non gli siano bastate le parole pronunciate dall’arbitro Pairetto poco dopo la sospensione («e se malauguratamente succede l’irreparabile?»).

Il Senatore ha fatto un’uscita di pessimo gusto e irrispettosa nei confronti di De Rossi, prim’ancora che di Roma e Udinese. È buona cosa che tratti gli argomenti che gli stanno a cuore (W la liberta d’espressione), ogni tanto – però – potrebbe saltare un turno per una questione di sensibilità.

Aggiungo che la sospensione della partita ha in verità creato un doppio danno alla Roma, impegnata nelle semifinali di Euroleague e nella rincorsa al posto Champions: il 25, in piena bagarre, dovrà tornare in Friuli per giocare una ventina di minuti, oltretutto senza Lukaku, infortunato, e contro una squadra motivata dall’arrivo del nuovo allenatore, Fabio Cannavaro. Ricordo infine che, dopo l’ingresso di Dybala, sull’1-1, la Roma stava dominando: solo in precedenza l’Udinese aveva avuto numerose occasioni per segnare potendo sfruttare un avversario impoverito dal massiccio turnover.

E adesso Milan-Inter: Roma-Bologna non la tratto in anticipo per pudore, essendo di parte. Rossoblù, caro Senatore. A proposito, non ho dimenticato il bell’incontro nel mio ufficio e un’intervista piaciuta a tutti tranne a lei che mi rimproverò di aver usato un linguaggio fin troppo colorito e iperrealista.

Il derby di stasera – ci torno – è privo di valore per la classifica ma tanto, tanto sentito dalle tifoserie. I milanisti non vogliono che lo scudetto della seconda stella nerazzurra gli sia sbattuto proprio in faccia, gli interisti – dispettosi – si augurano di celebrare la doppia festa.

L’Inter ha dominato e merita il successo. Lo meritano i giocatori e Inzaghi, Marotta e Ausilio. Quanto al Milan, la mia solidarietà va a Pioli, la cui stagione è stata un indecente tormento: è vero che il disagio è ben pagato, ma lavorare nella condizione di precarietà e tensione in cui Stefano si è ritrovato è – mi sia permesso – indegno.

Tanto Inzaghi quanto Pioli hanno conquistato il tricolore a Milano: indovinate un po’ chi li scelse e lanciò nel calcio top? Lotito? No, Igli Tare by Lotito.


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