Lippi e Sacchi tra Subbuteo, rimpianti e campioni. E sullo scudetto…

Il c.t. campione del mondo: “Il titolo? Milan, Inter e Napoli più avanti, ma la Juve…”. E Arrigo: “I nerazzurri mi danno più sicurezze, dei rossoneri il gioco migliore”. Ma su una cosa sono d’accordo: “Date il Pallone d’oro a Jorginho”

Dal nostro inviato  Davide Stoppini

10 ottobre – Trento

Il rigore che decide un Mondiale, il Milan dei sogni, la Juve del riscatto. E poi Zidane, Nedved, Van Basten. Arrigo Sacchi e Marcello Lippi a specchio, come si ama dire degli allenatori che giocano una partita controllando le mosse dell’avversario. L’hanno fatto per davvero, al Festival di Trento, raccontando qualche segreto delle loro squadre con un Subbuteo, schierando i loro undici e svelandone i movimenti. E poi, l’attualità. Mentre l’Italia di Mancini gioca contro il Belgio, loro un premio lo assegnano già: “Il Pallone d’Oro di quest’anno andrebbe dato a Jorginho, non ai soliti noti”, dice Lippi. E Sacchi: “Sono d’accordo”. E lo scudetto? Chi lo vince? Ecco Marcello: “Vedo Milan, Inter e Napoli più avanti delle altre, ma guai a far fuori la Juve: già in passato ha messo su altre rimonte”. Arrigo frena di più sul Napoli: “Dovrebbe acquisire una mentalità vincente, l’aspetto sociologico conta. L’Inter mi dà più sicurezze, il Milan è quella che gioca meglio ed è quasi un miracolo: finalmente Pioli ha dato un’identità alle sue squadre, prima non capitava. La Juve era la favorita prima del via e può ancora recuperare. Però pongo una domanda: vincere coi debiti è giusto?”.

AMARCORD

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L’incontro diventa spesso un botta e risposta. Come quando Lippi dice: “Un giocatore che schiererei sempre tra quelli allenati? Rispondo con quello che non ho potuto mettere in campo nella finale Champions del 2003: avessi avuto Nedved (squalificato, ndr) quella finale col Milan l’avrei vinta”. Sacchi guarda e sorride: “Io Nedved l’ho fatto ricco, lo sapete? Ero all’Atletico Madrid, lo volevo comprare dalla Lazio. Ad agosto non ci fu il tempo, ci mettemmo d’accordo per gennaio, al giocatore promisi un contratto tre volte superiore. Peccato che a dicembre Cragnotti gli rinnovò il contratto, pareggiando l’offerta. Quando incontro Pavel, glielo ricordo”. A proposito di incontri. Sacchi e Lippi ricordano il diverso esito delle loro finali mondiali, vinta e persa ai rigori. Ecco Marcello: “Quando persi a Manchester contro il Milan nessuno voleva tirare il rigore, solo Trezeguet a un certo punto si offrì. Era lo stesso Trezeguet, unico a sbagliare nella finale del 2006. Quando si avviava a batterlo, lo guardai e dentro di me pensai ‘oh, qualcosa mi devi…’”. Risate e applausi della platea. Arrigo: “Perdemmo ai rigori, ma i miei giocatori hanno dato tutto quel che avevano: questa per me è la vittoria. In quel Mondiale vincemmo due volte giocando in 10. Una volti tolsi Baggio, perché mi serviva gente che correva il doppio e lui non scartava neppure me, in quei giorni. Lo sapete che mi chiese il cambio anche durante la partita con la Nigeria (nella quale poi segnò, ndr)? Io ho sempre pensato a un calcio collettivo: il singolo con una mano ti aiuta e con l’altra ti toglie qualcosa. A me i piedi interessavano poco, mi interessava creare gli automatismi per arrivare a vincere, i movimenti sincronizzati. Un giorno un giocatore mi disse: ‘Mister, così non improvviso’. Gli risposi: ‘Non è vero, lo fai senza accorgertene'”. Rimpianti? Lippi dice: “Non basta questo incontro… ho sbagliato tante scelte, tante formazioni…”. E Sacchi: “Non ho un rammarico. Ma ho sempre pensato che si potesse fare meglio di quel che effettivamente si faceva. Così sono stato divorato dallo stress”.

SUBBUTEO

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I due ex ct azzurri poi si divertono a giocare con il Subbuteo. Sacchi racconta come nel suo Milan Van Basten fosse a volte meno avanzato di Baresi. Lippi spiega invece il concetto di aggressività e recupero palla, inculcato a giocatori che non vincevano da tanti anni: “Poi nella mia Juve è arrivato Zidane, lui diceva ai compagni ‘scattate anche se non mi vedete, tanto la palla ve la faccio arrivare’. Era uno spettacolo”. Ancora Arrigo: “Finalmente in Italia ora vedo più coraggio da parte delle piccole squadre”. Marcello: “Sono sempre più i tecnici che non aspettano quel che fa l’avversario: penso a Italiano, a Juric…”. E poi, dulcis in fundo, Mancini, di cui Lippi dice: “Un ottimo lavoro, nonostante la percentuale di stranieri rovesciata rispetto a quando vinsi io il Mondiale”.

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