L’ex vice-Yakin racconta il c.t.: “È il Beckham di Svizzera, sembra Allegri”

Gianluca Di Domenico, oggi agente ma ex vice dell’allenatore svizzero con l’Under 21 del Grasshoppers, tra “raccomandazioni” di Mourinho e sistemi tattici ha ritratto l’allenatore che venerdì sfiderà (da imbattuto) gli Azzurri

La carriera da c.t. è breve, ma al momento immacolata: Murat Yakin contro l’Italia vivrà la sua quinta panchina alla guida dei rossocrociati e fino a questo momento non ha mai perso. Due vittorie e due pareggi, compreso quello di inizio settembre contro di noi, primo round del doppio incrocio che si completerà domani. Yakin, 47 anni e origini turche, 49 presenze con la nazionale svizzera da difensore centrale (col vizietto del gol), nello 0-0 di Basilea aveva riscattato l’onor di patria smarrito brutalmente da Petkovic all’Europeo contro gli azzurri. Anche grazie a un Sommer strepitoso. E adesso accarezza il colpaccio. A raccontarci che cosa anima la vigilia di Yakin è l’italo-svizzero Gianluca Di Domenico, 49 anni, ora procuratore ma prima allenatore. Nello specifico, secondo di Yakin con la Under 21 del Grasshoppers all’inizio della carriera del c.t. elvetico.

Ci racconti il gioco e l’atteggiamento tattico di Yakin.

“A livello tattico è uno dei migliori in Europa. Sette anni fa lo Spartak Mosca cercava un allenatore e il nome di Yakin ai russi fu fatto da Mourinho in persona: Yakin, alla guida del Basilea, aveva battuto il Chelsea di Mou due volte in Champions. La sua fase difensiva è molto ferrea, moderna. Niente catenacci, ma fare gol alla Svizzera è molto difficile. E’ uno stratega: ritmi alti, ripartenze. Ognuno si muove come in un ingranaggio collettivo. Con lui è la Svizzera più offensiva di tutti i tempi. È un grande analizzatore degli avversari, in una partita riesce a cambiare anche tre sistemi di gioco. La Svizzera può diventare la Svezia del Mondiale russo”.

Il suo sistema di riferimento?

“Gli piace il 4-2-3-1 e anche il 4-3-2-1. Come detto, ama usare diversi sistemi. E’ bravissimo a chiudere gli spazi e sono sicuro che avrà un occhio di riguardo per i movimenti di Insigne. Ha ragione perché è l’azzurro più imprevedibile”.

È un allenatore che lavora più sulla psiche o sulla tattica?

“È ossessionato dalla tattica, ovviamente in senso buono. Ma ha anche una buona psicologia: sa trasmettere una tranquillità immensa, è famoso per questo. Però in lui prevale l’anima tattica. Ha riavvicinato la nazionale al popolo, mi piace definirlo il Beckham della Svizzera: molto sicuro di sé, con una grande empatia verso il mondo che lo circonda”.

C’è un allenatore a cui somiglia in particolare?

“Direi Allegri, per la tranquillità e la sicurezza con cui gestisce la squadra e per come crede nel calcio che esprime”.

Dica la verità: quante chance ha la Svizzera all’Olimpico?

“Inutile girarci intorno, se l’Italia fa l’Italia non c’è scampo. Però vedo una Svizzera affamata e che crede in un’impresa storica. Non hanno nulla da perdere e quindi giocheranno con la mente sgombra. Può essere un vantaggio da non sottovalutare”.

Quanto è cambiata la Svizzera dall’Europeo?

“Tantissimo. Anche in ambiti non solo tattici. Per esempio con Petkovic non si allenavano mai a porte aperte, con il pubblico a fare il tifo. Ora è una nazionale che gioca un calcio molto più offensivo. E i calciatori si divertono. Si potrebbe dire che la Svizzera di Petkovic sta alla Svizzera di Yakin come l’Italia di Conte sta a quella di Mancini”.

Anche la Svizzera ha parecchie assenze: quali sono le più gravi?
“Embolo ed Elvedi. Sono i due pilastri. Due infortunati che ne valgono sei. E aggiungerei anche Fassnacht”.

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