L’ex tecnico Cagni: “Il calcio è ruffiano. Lasciai l’officina per prendere cazzotti… “

“Lo strappo c’è stato quando la televisione è diventata la padrona del calcio”. Lo dice Gigi Cagni, 70 anni compiuti nello scorso mese di giugno, che rincara la dose ad Avvenire: “Il calcio si è snaturato quando nella scala dei valori al primo posto ha messo i soldi. Se credi nel denaro, alla fine perdi. Succede nel calcio e succede nella vita. Ma lo dico quasi con affetto, ruffiano, perché è sparita la meritocrazia e perché mi sembra che questa nuova generazione di allenatori pensi più che altro ad apparire, vanno dietro alle mode. Stanno facendo passare l’idea che vince il sistema di calcio e non il giocatore: è una grossa fandonia, ma finisce che poi la gente ci crede”.

“Faccio un esempio. Abito a Chiavari, sulla strada di casa c’è una scuola elementare, la mattina vedo i genitori che vanno a prendere i loro figli, si fanno dare lo zaino e lo portano loro. Ma dico: si può? Ma è così che educhiamo i nostri ragazzi? Parto da qui per arrivare al calcio: non ci sono più educatori e anche nel calcio italiano – eccolo il grande problema – stiamo tirando su una generazione di eterni ragazzini. Nel calcio non si insegna più la sofferenza, non si insegna più a perdere. Ogni sconfitta sembra un fallimento, invece è solo un passaggio, ma bravo chi lo capisce”.

Luigi Cagni (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Avvenire racconta che a 14 anni Cagni era in officina. Operaio specializzato in catena di montaggio. Lavorava alle testate dei camion: “Otto ore al giorno, sembravo Charlie Chaplin in quel film, Tempi moderni: prendevo 90mila lire al mese, erano soldi. Quando il Brescia mi ha preso mi sono licenziato dalla sera alla mattina, senza dirlo a casa. Mia madre l’ha saputo e mi ha dato una sberla che ancora mi fa male, solo a pensarci. L’allenatore Sandokan Silvestri mi teneva ore e ore al muro ad affinare la tecnica, si metteva dietro di me e mi dava certi cazzotti sulla schiena…È per il tuo bene, mi diceva. Altri tempi”.

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