Lazio, Lulic esclusivo: "Il 26 maggio resterà per sempre"

ROMA – Il 26 maggio prende corpo ogni giorno in Senad Lulic, vanto e gloria della Lazio, trofeo fisico. Perpetua il tempo il suo gol, rende eterna la festa, non si esaurisce l’affl izione. Il capitano che s’è impossessato di Roma ritorna ai laziali in questa intervista, un anno dopo l’addio silente, irrito. Lulic 71 parla dalla Svizzera, da Coira, Cantone dei Grigioni, è tornato a casa, prende una nuova rincorsa. I laziali chiedono di potergli tributare un saluto per deifi carlo. Prima la pandemia, poi la trascuranza. Il prossimo 26 maggio ricorrerà il decennale della Coppa Italia e di Roma. Lotito, forse, può ancora rimediare. Anche prima. Il popolo laziale vuole gloriare i suoi eroi, vivere le sue processioni, la storia che si ripete, il 26 maggio, l’eterno ritorno.

Caro Lulic, dov’è finito, che fine ha fatto?

«Sto bene, vivo a Coira, faccio il padre h24, mi godo la famiglia, la libertà. Porto i figli a giocare a pallone, mia figlia fa unihockey. Faccio il tassista (risata, ndr). Gli ultimi due anni a Roma non sono stati facili».

Cominciamo dalla fine, dai dolori.

«La mia famiglia era in Svizzera, è stata dura anche per la pandemia. Ho deciso di dedicarmi a loro. Mi riposo e mi ricarico».

Chi e cosa vuole diventare Lulic?

«Il 6 giugno inizierò il corso a Coverciano, prenderò il patentino di allenatore Uefa A, non escludo il resto».

Come viveva una leggenda nel clamore della gloria e come vive ora?

«Vivo come prima del calcio, sono un uomo semplice. A Roma ero travolto dall’affetto, un’emozione continua. Qui qualcuno mi ferma, non capita spesso».

Sincero, il calcio non le manca?

«Se dicessi no sarei bugiardo. Ma non ho smesso con gli stadi pieni, questo mi ha aiutato».

Un anno di silenzio, dalla lettera di addio alla Lazio all’oblio.

«Ho voluto staccare, mi serviva tempo per me stesso. Non ho voluto fare interviste anche per non creare casino dentro la Lazio e fuori. Mi serviva calma per ripensare a tutto. Mi sto svegliando un po’».

Torniamo al febbraio 2020, all’infortunio alla caviglia sinistra, uno shock.

«Non è stato un infortunio».

Che intende?

«E’ stato un incidente. Tanta gente non lo sa o fa finta.Per fortuna mi è successo a 35 anni. Avevo offerte, ma se avessi continuato avrei avuto bisogno di qualcuno che mi seguisse da mattina a sera».

Perché dice incidente?

«Ai primi di gennaio 2020 mi faceva male la caviglia, a Brescia avevo preso un colpo. Ho continuato a giocare con i dolori, non c’erano tanti cambi. Tutti mi dicevano che sarebbe passato tutto, che la caviglia era solo infiammata. Alla fine mi sono riposato un anno».

Cosa è successo?

«Dopo le infi ltrazioni mi è venuta un’infezione alla caviglia, colpa di un batterio, lo stafilococco. Mi sono dovuto operare tre volte, una a Roma, due in Svizzera. Dopo il primo intervento continuavo ad avere dolori. Ho fatto le valigie, sono andato in Svizzera».

Ha avuto paura?

«Il batterio mi ha smangiato i tessuti, i muscoli. Mi hanno spiegato che in casi estremi può essere a rischio la caviglia, possono essere attaccati gli organi, si possono creare infezioni nel sangue. Per fortuna è andata bene. Pensavo fosse una cazzata, non realizzavo che fosse un problema così grave».

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Ce l’ha fatta a tornare.

«Ho avuto la fortuna di lavorare con fisioterapisti in grado di aiutarmi».

Nell’ultimo anno ha giocato 16 volte in A, ma non è più tornato il vero Lulic.

«Ero orgoglioso di essere tornato. Ho sentito tanti campioni, dopo gli infortuni alla caviglia non sei più com’eri».

2011-2021, 10 anni di Lazio, 371 presenze, 5º all time, primo per gloria.

«Quando torno a Roma sento un amore incredibile ed è la cosa più bella. Mi stimano anche come uomo. Sono orgoglioso dei miei 10 anni laziali. Mi arrivano messaggi, mi sento amato».

«Non ho avuto la possibilità di continuare con voi», ha scritto nella lettera dedicata ai laziali.

«Non avevo aspettative però mi aspettavo chiarezza. Pensavo che ci saremmo seduti per chiarire cosa fare. Ho provato rabbia, amarezza».

La rabbia non sembra passata.

«Giochi l’ultima col Sassuolo e non sai cosa succederà, se resti o no. A marzo o aprile mi avrebbero potuto dire “Senad, vogliamo ringiovanire”. Non ci sarebbero stati problemi. E’ mancata chiarezza.Avrei continuato volentieri, 5 minuti dopo 10 anni potevano trovarsi. Invece sono partito per le vacanze e in vacanza sono rimasto».

Sappiamo che il diesse Tare è stato l’unico a chiamarla.

«Il 30 giugno mi ha detto che non avremmo continuato insieme, che avrebbero preso un altro».

È stato Sarri a non volerla? Con Inzaghi sarebbe rimasto?

«Penso che la mia partenza fosse decisa. Nel calcio si dà la colpa agli altri. Alla fine è passata che fu Sarri a non volermi, ma non penso c’entri».

Perché non l’avrebbero più voluta?

«Non lo so. Potevano dirmi “Hysaj è più forte, non ci servi più”. Hanno ringiovanito, sì. Poi è arrivato Pedro nella squadra più vecchia della A».

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«Il 26 maggio ti ha reso immortale, grazie Senad per sempre laziale», è lo striscione di saluto dei laziali.

«Mi emozionano, dirgli grazie è poco. Ci sarà sempre un legame».

Lei non è tanto social, lo diventa ogni 26 maggio. C’è chi prova a spodestare la data.

«Il 26 maggio è e sarà sempre della Lazio e dei laziali. Non si tocca. E non c’è rivincita».

I tifosi chiedono alla Lazio un evento per salutare Lulic.

«Non ti puoi autoinvitare a un matrimonio. Non posso chiamare io la Lazio e dire “fate una partita per me per favore”».

Se la chiamassero accetterebbe?

«Se non è successo finora non penso succeda, è tardi. C’era la scusa della pandemia, va bene così. Semplicemente bastava un grazie. I 60.000 dell’Olimpico li ho a prescindere quando vengo a Roma. Ho visto le premiazioni dell’ultima partita e questo mi ha fatto male ancora di più. Mi è dispiaciuto anche per Luiz Felipe, unico non premiato».

Onore e disonore.

«Poveraccio, piangeva. Non dev’essere stata una cosa bella neppure per i tifosi. Non bisogna essere incazzati o permalosi se qualcuno va via. Guardi la Juve con Dybala o Romagnoli al Milan. Serve rispetto, a volte manca».

«Dieci anni splendidi insieme», sono le parole di saluto di Lotito.

«Se non avessi scritto io la lettera non penso che avrebbero fatto qualcosa e non credo l’abbia scritta lui».

Per la Lazio ha mai rinunciato ad offerte più ricche?

«Andare via è difficile. Ti comprano a 9, ti vendono a 90. Sono sempre rimasto con amore».

Nei secoli dei secoli rimarrà il gol alla Roma.

«Ero uno qualsiasi, sono entrato nel cuore dei tifosi, sono uno di loro».

È un eroe.

«Eroe è un po’ esagerato. Mi sono reso conto di tutto dopo anni, quando ti senti parte del Dna dei tifosi. Quel gol è l’immortalità calcistica».

Minuto 71, il destino sceglie momenti e eroi.

«Ero al posto giusto al momento giusto. Sono stato bravo a leggere l’azione, a frenare, a coordinarmi. Non era semplice dopo la deviazione di Lobont. E’ servita fortuna, ma anche voglia di prenderlo quel pallone. Non ero lì per caso».

Chi l’ha mandata lì?

«Petkovic voleva e vuole che si riempia l’area quando c’è l’attacco da destra. E’ andata come doveva».

Gol travolgente, esultanza impetuosa.

«Come posso spiegare un’emozione inspiegabile? Basta vedere le immagini. Non ho dormito per tante notti. Ho regalato un’emozione per la vita, il massimo che si può chiedere».

«71 Lulic, non c’è ricrescita», fu lo striscione offensivo di alcuni romanisti. Facevano riferimento all’incidente subito da lei in palestra.

«Ho lottato per non perdere le dita. Quella frase mi ha fatto male. Non sono tranquillo come sembra, l’orgoglio ce l’ho».

Lulic ha resistito a tutto.

«E alla fine ho preso un bel calcio in c… Neanche un grazie. E’ questo che mi dà fastidio. Ho giocato con dolori ovunque. La gente lo vede».

Al 71’ contro la Roma, al 72’ contro la Juve in Supercoppa, gol da albo d’oro.

«Il mio terzo trofeo da capitano. Solo Nesta ne ha vinti di più. Che orgoglio».

E solo Lulic e Nedved sono riusciti a segnare in finale di Coppa Italia e di Supercoppa.

«Non lo sapevo».

Reja, Petkovic, Pioli, Inzaghi. I suoi tecnici.

«Reja mi ha fatto esordire, mi inventò mezzala. Petkovic mi ha scoperto. Pioli e Inzaghi si sono giocati lo scudetto, sono grandi. Simone è cresciuto con noi».

Uno scudetto l’ha sfiorato anche lei nell’anno dello stop.

«Un pensiero l’abbiamo fatto. Ma con il minimo non puoi sempre arrivare al massimo».

Anno 2017, Bologna-Lazio, scazzo con Inzaghi. Era già capitano.

«Ho litigato con tutti, anche con Petkovic. Poi passa tutto. Ho litigato con Radu, in ogni partita (risata, ndr). Ci sentiamo, siamo fratelli».

Chi è stato a volerla capitano?

«Dopo Biglia volevamo Radu, non se la sentiva. Ha deciso Inzaghi».

Perché non ha mai voluto scegliere il numero 71 sulla maglia?

«Con il 19 sono cresciuto, lo avevo anche il 26 maggio…».

Torniamo in Bosnia, a Mostar, alla guerra, a lei ragazzino, oggi che la guerra dilania l’Ucraina.

«Ricordi tragici, cerco di non guardare troppo la tv, spero finisca presto. Lasciai la Svizzera con una valigia, c’erano i vestiti di una famiglia».

Studiava e lavorava.

«Ho fatto il carrozziere. Ero a Bellinzona, B svizzera, a 19 anni. In 5 anni sono arrivato alla Lazio».

Ha seguito la Lazio quest’anno?

«Lo faccio quando posso. Arrivi quinto, hai fatto il tuo. Ai tifosi auguro la Champions».

Anche Sarri si è lamentato, manca sempre continuità.

«Si dice da anni. A Roma non è mai facile, c’è pressione per la rivalità cittadina. Manca tanto alla Lazio per fare il salto… Peruzzi ha detto che non è facile lavorare, servirebbe più sincronismo, un progetto che coinvolga tutti, tranquillità. E qualche giocatore in più, anzi quest’anno la panchina era un po’ più lunga».

Per sempre Lulic e la Lazio. Sogna di allenarla?

«Ora non ci penso… Quando inizi da allenatore devi anche capire se ti piace».

E l’amarezza? Passerà?

«La Lazio e i suoi tifosi sono dentro di me».

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