Lazio, i giocatori e le loro responsabilità

Il disordine ha sempre un prezzo. Ora che Sarri non può essere più usato come la maschera di certi problemi, legati al 4-3-3 e ai metodi di lavoro, la Lazio chiede ai suoi giocatori unione, coerenza e credibilità. Settanta giorni per cambiare almeno i contenuti finali di una stagione divorata dalle contraddizioni: dodici sconfitte in ventinove partite, quindici punti in meno rispetto al 2023, nono posto. Un anno cominciato con una cornice preoccupante già in estate, nel ritiro di Auronzo: una preparazione atletica piena di intoppi, inquinata dai malumori di chi reclamava premi in sospeso e aumenti. Si è creato presto, intorno al tecnico che aveva firmato la qualificazione in Champions, un ambiente inquieto. Rimarcato nella recente ricostruzione di Lotito al Tg1, quando ha parlato di tradimenti e comportamenti striscianti all’interno del gruppo: scenario che ha contribuito a togliere centralità a Sarri. È mancata una visione comune. Il cinema dell’ultima settimana ha confermato le fragilità di una Lazio che si è rivelata immatura e impreparata davanti all’incrocio più delicato: quello di sviluppare, al termine dei festeggiamenti per il secondo posto dello scorso campionato, un’altra fase del suo piano aziendale. Come? Potenziando realmente la figura di Sarri: compito che spettava al presidente, attraverso un mercato pienamente condiviso, ma anche ai calciatori. Che dopo le dimissioni di Mau, uscito martedì da Formello, l’hanno salutato come un maestro di calcio. Parole affettuose, mai accompagnate però da una traccia di autocritica. Dimenticati, all’improvviso, i mal di pancia per le doppie sedute a ripetizione e per qualche sostituzione. Nei ragionamenti e nelle aspettative della società, invece, sarebbe servita da parte loro una totale presa di coscienza. Nove mesi di errori: le sconfitte con Lecce e Genoa, Salernitana e Udinese, hanno rappresentato la sintesi di una Lazio che ha dimostrato di non rispettare se stessa e le sue ambizioni.

Gli impegni in Champions e i risultati

Gli impegni paralleli in Champions possono aver tolto energie, ma non c’è stata proporzione tra lo stress delle notti europee e alcuni teatrini imbarazzanti, come la prima mezz’ora che la Lazio ha offerto sabato sera a Frosinone, nonostante Sarri fosse sul divano della sua villa in Toscana. Passaggi sbagliati, un pallone che pesava più del piombo, limiti di personalità che hanno avvalorato le vecchie frasi di Mau sulla cilindrata mentale di questa squadra e sugli acquisti: “Avevo chiesto A, ma poi ho dovuto scegliere tra C e D”. Un mercato che si è trasformato lentamente in un alibi per tutti. Coprendo la tendenza della Lazio a non capire l’importanza di certi appuntamenti. Un difetto contestato da Lotito, che paga spesso gli stipendi in anticipo, e condannato da Fabiani, capace di usare in passato frasi ruvide a Formello, quando aveva avvertito i rischi di un’anarchia ingovernabile. La semifinale di Coppa Italia con la Juve e la qualificazione in Europa sono considerati due passaggi fondamentali dal presidente, in attesa di ricostruire la Lazio a giugno. Concetto chiaro: chi non è felice, può presentarsi con il procuratore nel suo ufficio e portare l’offerta di un club. Nessuno è intoccabile, nei disegni di Lotito. I nomi non contano, l’unica priorità è la condivisione di un percorso. Il senatore non si aspettava lo strappo di Sarri, gli riconoscerà i soldi pattuiti fino al 30 giugno. Terzo allenatore cambiato in otto anni, dopo Pioli e Inzaghi: il primo ha vinto poi lo scudetto con il Milan, il secondo si prepara a conquistarlo con l’Inter. Adesso che Tudor sta per entrare nella casa della Lazio, con l’idea di azzerare le gerarchie e introdurre nuovi schemi, Lotito si aspetta un segnale dai giocatori. Non solo tweet e messaggi sui social, ma soprattutto una promessa: provare a interrogarsi anche sulle loro responsabilità.


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