Lazio, caso tamponi: Lotito rischia il posto in consiglio federale

Domani il Collegio del Coni: se conferma i 12 mesi di stop, il presidente decadrà

Ultimo round, almeno per la giustizia sportiva, sul caso Lazio-Lotito-tamponi. L’appuntamento è fissato per domani nel salone d’onore del Coni dove si riunirà il Collegio di garanzia a Sezioni Riunite. Si discuteranno i ricorsi di Claudio Lotito (contro l’inibizione di 12 mesi), della Lazio (per la multa di 200mila euro) e dei due medici biancocelesti Fabio Rodia e Ivo Pulcini (anche loro inibiti per un anno). Tutte decisioni firmate dalla Corte d’Appello della Figc a fine aprile. Relative all’arcinota vicenda della mancata segnalazione dei casi Covid alle autorità sanitarie locali e il mancato isolamento dei soggetti fino all’impiego di un calciatore che era stato trovato positivo in uno dei controlli. In ballo c’è soprattutto la posizione del presidente della Lazio. La squalifica di primo grado, i sette mesi di inibizione decisi dal Tribunale federale, non avrebbe fatto scattare l’automatica decadenza dal consiglio federale in cui è stato eletto in quota Lega A.

nodo decadenza

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La situazione si è capovolta in secondo grado perché con i 12 mesi (molto vicini alla richiesta iniziale della procura federale di 13 mesi e 10 giorni) decisi dalla Corte d’Appello Federale, Lotito scavalca il tetto massimo, appunto di 12 mesi, nell’arco temporale di 10 anni, oltre il quale è prevista la decadenza (e ci sarebbero dubbi anche sulla possibile rieleggibilità nel prossimo turno elettorale, quello di inizio 2025). I giudici del primo grado avevano sostanzialmente scaricato gran parte della responsabilità sui medici, quelli di secondo hanno rilevato la “inescusabile responsabilità” del numero uno biancoceleste, scrivendo che “fu certamente consapevole dell’allarmante situazione verificatasi” e che “se il presidente si fosse tempestivamente attivato gli illeciti non si sarebbero verificati”. Lotito cercherà, invece, di dimostrare la limitatezza dei poteri del presidente nel contesto sanitario. Quanto alla responsabilità oggettiva, già in sede di procura federale, impostazione confermata dai giudici sportivi, era stata esclusa la possibilità di una penalizzazione in termini di punti proprio considerando la squadra del tutto priva di responsabilità nella vicenda. D’altronde l’assenza di una giurisprudenza specifica sul tema delle nuove norme anti Covid, salvo poche eccezioni su alcuni casi più limitati in termini di responsabilità degli incolpati, ha portato i giudici federali a scrivere quella che è una sorta di prima volta. Fra questi casi “minori” ce n’è anche uno che riguarda la Lazio. Proprio per una questione di tamponi (in quel caso un ritardo nell’effettuazione dei test), Lotito, i medici biancocelesti e la Lazio patteggiarono una sanzione minima. Ma proprio l’aver concordato quella multa per i giudici è la dimostrazione del ruolo del presidente anche nell’ambito della vigilanza per il rispetto delle norme anti Covid, sportive e non.

Al giudizio

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Il collegio sarà presieduto dal presidente Franco Frattini, la relazione sulla posizione di Lotito sarà affidata al professor Attilio Zimatore, mentre quella sui medici alla professoressa Laura Santoro. Nel collegio ci saranno pure il professor Vito Branca e il consigliere Alfonso Celotto. Per la difesa della Lazio, ci sarà pure l’ex giudice costituzionale Romano Vaccarella, che era già entrato anche nel capitolo del rinvio di Lazio-Torino con un “parere” allegato dal club biancoceleste per contestare la legittimità dello spostamento della partita. Romano Vaccarella ha “affrontato” la Federcalcio di recente in occasione del ricorso al Consiglio di Stato del Chievo, respinto anche in sede amministrativa. Sarà invece Gian Michele Gentile il legale che difenderà i medici. La Federcalcio sarà rappresentata dall’avvocato Giancarlo Viglione. Il collegio di garanzia dello sport non interverrà comunque sul merito ma su “errate applicazioni normative” o “vizi procedurali”. Potrebbe dunque respingere i ricorsi, chiedere di riformulare le sanzioni alla Corte d’Appello federale o addirittura annullare la sentenza.

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