Lautaro e Nzola, ecco la differenza

Sì , c’è il rigore fallito da Gonzalez, ma si può forse dire che l’Inter e la Juve sono la stessa cosa? La risposta è no. Perché neanche la Fiorentina e l’Empoli sono la stessa cosa. Il pareggio subìto dai bianconeri e quello solo rischiato dai nerazzurri raccontano due dotazioni tecniche e agonistiche molto diverse. Quella di Inzaghi è di gran lunga la squadra più forte del campionato. Anche quando gioca senza il suo ispiratore, Calhanoglu, e senza il suo miglior incursore, Barella. Spaventosa in contropiede. Rapace sui calci piazzati grazie al fiuto finalizzatore di Lautaro, la cui vena quest’anno pare inesauribile. Impenetrabile nella sua retroguardia grazie ai suoi straordinari automatismi di raddoppio della marcatura, che hanno in Mkhitaryan l’uomo in più di questa squadra. L’armeno è un concentrato di intelligenza tattica, classe tecnica ed esperienza: vede con una frazione di secondo di anticipo ciò che sta accadendo, e giunge prima degli altri nel punto in cui il pallone arriverà. Quando quest’intuito lo esercita nella sua area di rigore, è capace di tirare d’impaccio la difesa con un tempismo straordinario.

Povera Roma che se l’è lasciato scappare. La Fiorentina, dicevamo, non è l’Empoli. Ma una squadra che fa il calcio più globale e moderno che si vede in giro: perché declina il palleggio in verticalità, e lo fa con una velocità che non è solo una qualità dei singoli, ma la virtù di un gruppo che ha assimilato una varietà di schemi offensivi e li applica a memoria. Non basta. Perché davanti i viola sono spuntati. Nzola sta a Lautaro come un cavallo sta a un ronzino. Quanto a Beltran e Ikonè, che pure si fanno in quattro per smarcarsi e per smarcare, il loro rapporto con la porta è abitualmente conflittuale. Contro una difesa come quella dell’Inter, che ha preso solo 10 gol in 21 partite di campionato, il conflitto diventa idiosincrasia. La porta gli attaccanti viola non la vedono quasi mai, e quando pure gli accade di vederla, sono in ritardo. Il centravanti angolano si libera al tiro più volte, sfruttando la sua prestanza fisica nel proteggere il pallone, ma si fa murare sempre, per quel difetto di cattiveria che fa di un attaccante un vero bomber. Però la Fiorentina resta una squadra di vertice, capace di sviluppare una mole di gioco ricca e continua, fisicamente attrezzata per sopperire a qualche deficit tecnico, messa in campo secondo una razionalità molto dinamica, che le consente di allungarsi senza slabbrarsi. Capace, nonostante la mancanza di punte vere, di schiacciare l’Inter in un assedio finale dove la sorte e il coraggio dei nerazzurri si sono aiutati a vicenda.

La forza dei viola suggerisce, in controluce, che domenica a San Siro Inter e Juve partono da premesse e condizioni molto diverse. Anche se la classifica le tiene in contatto. C’è, a vantaggio dei nerazzurri, un divario di qualità, soprattutto a centrocampo ma non solo. C’è un divario di velocità, e c’è un divario di motivazione. L’Inter, che ha tre marcatori nei primi dieci (Lautaro 19 gol, Calhanoglu 9 e Thuram 8) sa di avere in questa stagione il compito di riappuntarsi lo scudetto sulla maglia, e questa consapevolezza si traduce in una risposta motivazionale che non si vede in nessun altro team. Allegri dovrà perciò fare appello a tutti i suoi potenti sonniferi tattici, per addormentare la partita, abbassandone il ritmo fino al punto in cui il gap individuale si avvicini allo zero. La contendibilità del campionato è appesa alle arti magico-tattiche del tecnico più esperto, a cui una vittoria a San Siro porterebbe il record di mille e uno punti conquistati in serie A nella sua lunga carriera. Ma se il sortilegio non riesce, il destino dello scudetto è segnato.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Precedente Lazio-Napoli, le pagelle: Isaksen strappa, Lobotka guida Successivo Zirkzee show a San Siro: il talento sulla lista di Moncada, il piano Milan

Lascia un commento