La lezione di Ancelotti: “Vi spiego come si vince”

Se questo è un uomo normale, bisogna farsene una ragione della sua «diversità», d’uno stile che dev’essere l’eredità di famiglia o anche la sintesi d’una profondità che gli appartiene per davvero: e proprio quando Madrid è dentro una legittima e comprensibile e sfarzosa sbornia, con la città addobbata da se stessa, Carlo Ancelotti esce dal ruolo di «miglior allenatore del mondo» – elezione insindacabile di Karim Benzema – e rientra nella versione che maggiormente gli sta a genio. Non si vincono quattro Champions League se non si ha un senso smisurato delle proporzioni, talmente enorme da abbattere qualsiasi convenzione e pure la blasfemia di questo macro-universo irragionevole e fazioso, ma Ancelotti conosce le regole del gioco, le amministra, le doma e le governa con una saggezza che non ha bisogno dei muscoli, e mentre Madrid è un gioioso inferno al quale non si potrebbe resistere, lui è già tornato con la testa nel suo universo, ch’è pieno dei suoi «bravi» ragazzi e spruzza non solo energia ma di una leggerezza ch’è un tratto personale: «Vi dico una cosa: teniamo un grande club e teniamo grandi giocatori, che però sono timidi e non parlano. Vieni, Vini…».

Come neanche Rosario Fiorello avrebbe saputo fare, in una specie di karaoke madridista, l’allenatore più vincente che ha trasformato la storia in leggenda, introduce il suo Real Madrid a cantare in quella Plaza de Cibeles ch’è un inno alla perdizione calcistica per la «decimoquarta»; e poi, con discrezione, si sfila, un passo indietro, mette le braccia conserte come quando andava a scuola a Reggiolo, e magari non ripensa neanche a tutto ciò che ha realizzato. «Io ancora non ci credo». La sua notte è stata attraversata nella magia di un’impresa che sembra irripetibile e forse lo è, perché s’è sbarazzato dei luoghi comuni e dei mostri sacri del calcio moderno – Tuchel e Guardiola, Klopp e Messi e Mbappé – e poi è rimasto lì a godersi la sacrosanta celebrazione che di lui ha fatto un altro enorme gentiluomo, Fabio Capello, che su Sky ne sottolineava l’intelligenza pura, piena d’una scienza tutta sua, mai banale eppure mai compiutamente esaltata da un mondo che ogni tanto si smarrisce e resta ad inseguire distrattamente gli aquiloni. «È stata una finale difficilissima, abbiamo sofferto ma, con tutte le partite che abbiamo giocato, penso che meritassimo di vincerla questa Champions League.

La svolta, secondo me, s’è compiuta quando abbiamo superato il Manchester City. Però io ho ragazzi straordinari, tutti, e adesso penso a Benzema, alla sua umiltà, ai giovani che hanno esempi del genere». Al resto, ci pensa «el señor» della panchina, che sotto quella maschera di genuinità porta con sé non soltanto la gentilezza ma una cultura calcistica così imperiosa da lasciare Madrid più stordita che incredula. «Siamo stati bravi e fortunati ma io non ho mai visto nessuno vincere senza fortuna. Milan o Real sono le due squadre che amo, ugualmente. E poi si può anche aggiungere che il calcio cambia, tranne nel fatto che i calciatori vincenti vincono». E pure lui è rimasto eguale a se stesso e adesso, nel soggiorno di casa, può aggiungere l’ennesimo trofeo – ci vorrebbe un navigatore satellitare per orientarsi – d’una carriera mostruosamente bella e terribilmente adorabile nella sua semplicità. «Vinicius segna, Courtois para ed è finita la giostra». Non si può non innamorarsi d’un uomo del genere, che anche ieri ha cantato Hala Madrid.

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