Kean e gli altri quei “peccati” tra Juve e Fiorentina

L’ Italia è uno dei rari Paesi in cui le opinioni battono i fatti e guai a separarli: non sarebbe “cool”. E neppure Commisso. Rocco Benito Commisso, 74 anni, calabrese di Marina di Gioiosa Ionica, borsa di studio alla Columbia University, laurea in ingegneria industriale, dal 2019 proprietario-presidente della Fiorentina, incarna il dottor Jekyll e mister Hyde del mondo che siamo, zimbelli d’Europa, con le spalle (e gli Spalletti) al muro. È di questi giorni la notizia del trasferimento di Moise Kean, attaccante, classe 2000, zero gol nell’ultima stagione, dalla Juventus proprio alla Fiorentina. Sin qui, non un dettaglio che valichi la cima della modica normalità. Dov’è, allora, il titolo a nove colonne? È tutto nel “fatto” che, “a parole”, Commisso ha sempre dato della “mafiosa” alla Vecchia Peccatrice di Torino. Per le plusvalenze, per i bilanci, per le penalizzazioni. In verità, il boss ha aggredito anche i debiti di Steven Zhang, ex mandarino dell’Inter, e l’artiglieria di Urbano Cairo, padrone del Torino, reo di aver puntato i suoi giornali-cannoni contro le turgide barricate della Viola. Ma la Goeba è la Goeba. Per la cronaca, e per la storia, simili catilinarie nascondono un problema non lieve, visto l’ingorgo di pulpiti e invettive: dal momento che la Juventus sarebbe “mafiosa”, la squadra della città di Firenze fa affari con un’appendice di “cosa nostra”; o “cosa loro”, nell’ipotesi meno inquinante.

Non il primo, durante la sua gestione. Il quinto, addirittura. Dopo Federico Chiesa e Dusan Vlahovic dall’Arno al Po. Dopo Rolando Mandragora (definitivo) e Arthur (in prestito) dal Po all’Arno. Sul sito “Firenze e dintorni”, Gianluca Bigiotti ricorda con sincera nostalgia i tempi, belli e giurassici, di Stevan Jovetic, il fantasista di cristallo negato a Madama e girato al Manchester City. In compenso, Rocco e i suoi fratelli dicono peste e corna dell’acerrima rivale, sbandierando e rimpiangendo, a parità di brogli, la severità delle leggi degli Stati Uniti. Salvo poi correre a offrirle, in occhiali scuri, il meglio dell’harem. A pagamento, naturalmente, ma il “pecunia non olet” non è slogan che li assolva dal furore iconoclasta o ne mitighi il senso di incoerenza che li accompagna. Con il rischio che le giurie più caste gli rimproverino il “concorso esterno in associazione” non esattamente virtuosa.

Incuriosisce e stuzzica lo spirito teatrale – non però nella versione cara a Pier Paolo Pasolini – che lo sport spesso agita, il calcio in particolare. Oscar Wilde sguazzava ironico fra tribunali, processi e aforismi. «C’è voluttà nell’accusarci: quando ci accusiamo sentiamo che nessuno può biasimarci». E nell’essere accusati? Coraggio. Guelfi e juventini non diventeranno mai alleati; intanto, lo scambio di “ostaggi” – a peso d’oro o a peso, comunque – legittima e diffonde una letteratura di razza “albertosordiana”, onerosa o onorevole a seconda degli “orrait, orrait” e degli “okkay, okkay” from guardie o from ladri. 


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