Juve, la Signora ha le gambe storte

Non sempre, nel calcio, la somma di tanti “ci ho provato” può dare il risultato perfetto. Quando poi si è costruita la carriera da vincente sui risultati, si è condannati a portarne ripetutamente di nuovi. E qui finisce la mia critica odierna ad Allegri. Seconda parte. Lettura facoltativa. I punti del dolore juventino sono sette nelle ultime otto partite, cinque delle quali in casa. Gli avversari, in ordine di apparizione a Torino, Empoli, Udinese, Frosinone, Atalanta e Genoa. Due volte la Juve ha sbattuto il muso – corto, of course – contro Udinese e Inter, ricevendo critiche sull’incapacità di produrre gioco; curioso che nel momento in cui ha ben giocato e creato tanto abbia comunque perso. A Napoli. La terza smusata. Dal 21 gennaio, vittoria a Lecce, dove la critica parlò di crescita della squadra (balle), la Juve lotta contro se stessa e i propri limiti. Che sono di qualità individuale: ha le gambe corte e i piedi piatti. Non è casuale che abbia faticato allo Stadium contro avversari resistibili (esclusa l’Atalanta) che hanno saputo chiudersi, difendere (e sfruttare i vuoti e gli errori) ben sapendo che dall’altra parte non c’erano Ronaldo o Zidane, Baggio o Del Piero, Morata o Trezeguet, Vialli o Dybala, Platini o Inzaghi, Tevez o Quagliarella, ma sì. Non si è Juve se non si ha almeno un campione, un grande risolutore in grado di aprire all’improvviso le partite e mettere in secondo piano il livello del gioco: la vittoria è la coperta di cachemire che nasconde le magagne del divano.

Anche ieri, in particolare nel secondo tempo (il primo non è pervenuto), la squadra di Allegri ha messo sotto l’avversario, che si è esclusivamente difeso, peraltro benissimo, concedendo solo i pali di Iling Junior e Kean. Dice: ma Allegri non ha alcuna responsabilità in tutto questo? L’ho chiarito all’inizio: quando una squadra importante allenata da un tecnico importante presenta una striscia negativa come l’attuale l’allenatore non è esente da colpe. Certo, non ha grandi scelte: ci sarebbe da rimpiangere Di Maria. Ma adesso rispondo con un’altra domanda che invita a una riflessione? Se questo gruppo avesse avuto la disgrazia di partecipare alla Champions e inevitabilmente scendere in Europa League dopo la fase a gironi, a che punto si troverebbe oggi? I primi a essere coscienti dei problemi della squadra sono gli stessi dirigenti bianconeri. Oltre ad alcuni tifosi. Poco importa però: quando vengono a mancare le vittorie e i punti, tutte le analisi, anche le più precise e articolate, si disperdono nell’aria sospinte dal vento della passione, del luogocomunismo e in alcuni casi della malafede o della simpatia selettiva.

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