Italia, prima che sia troppo tardi

Centoventisette giorni dopo la notte dei miracoli e del ritrovato orgoglio, degli inglesi umiliati a casa loro, dei benefici effetti della pastasciutta secondo Bonucci e dell’emozionante abbraccio Mancini-Vialli; quattro mesi e mezzo dopo la Grande Bellezza, dicevo, si può anche ricevere – tra le tante testimonianze scritte e orali di delusione, avvilimento, frustrazione – uno sfogo durissimo che ne riassume altri dieci, mille, centomila, un milione, dieci milioni come i telespettatori di Irlanda del Nord-Italia. Il mittente, un personaggio tanto importante e caro quanto appassionato che raramente scade nella volgarità: «Glielo scrivi tu a Mancini che ha una squadra di pippe che non sanno tirare in porta e che il culo è finito? Giocano come una squadra di terza categoria». L’avvelenata finale non si è fatta attendere: «Io titolerei “Disastro Italia”». 

Noi abbiamo titolato “Appesi a un filo”, ma avremmo dovuto precisare “a un cappio”: il calcio italiano, che l’ultimo Mondiale l’ha giocato alla playstation, quattro anni dopo rischia di fare la stessa fine. Sarebbe la prima volta nella storia, e proprio in queste pagine l’esperto Giudice ci prospetta gli effetti collaterali dell’eventuale disastro sportivo. 

I nostri non sono delle “pippe”(espressione colorita appartenente alla Treccani dei calciofili): non sono dei fuoriclasse, d’accordo, ma come potrebbero esserlo, dal momento che sono l’espressione non solo tecnica di un settore (di un Paese) incapace di programmare, crescere, guardare più avanti del proprio naso e pensarsi sistema? Siamo un popolo di individualisti che hanno esaurito le scorte naturali di talento e continuano ad arrangiarsi investendo su valori di recupero che sul campo non sempre risultano vincenti. 

Considero le finals di marzo, periodo insolito per spareggiare, un colpo di fortuna e un’opportunità, l’occasione ideale per provare a correggere gli errori più gravi, possibilmente senza fermarsi alle parole. Abbiamo ancora la possibilità di qualificarci a Qatar 2022, ma dobbiamo riorganizzarci prima mentalmente e poi strutturalmente. 

Siamo anche vecchi e egoisti: ci reggiamo su Bonucci e Chiellini, quelli di maggiore personalità, e sul terzetto Zeman – Verratti, Immobile, Insigne – e quando Mancini tenta la carta dei ricambi, il più delle volte per sostituire infortunati o presunti tali, notiamo la differenza in termini di rendimento e personalità. Rileggendo le formazioni del 2006 e del disgraziatissimo 2010, poi, ci rendiamo immediatamente conto dell’impoverimento del nostro “magazzino” che deriva dalla totale assenza di una visione comune. 

Tutti noi critichiamo da una vita la mancanza di una politica dei vivai eppure tolleriamo quella norma del Decreto Crescita – è solo un esempio – che favorisce fiscalmente l’ingresso di stranieri di media qualità pronti a togliere spazi di crescita ai nostri. Se non ci fosse il Sassuolo dei Caputo (ora alla Samp), degli Scamacca e dei Raspadori, che costituiscono un investimento, per trovare un altro centravanti italiano dovremmo usare il lanternino: non è casuale che adesso molti commentatori puntino su Lorenzo Lucca del Pisa, serie B, spesso senza averlo visto giocare.

Il nome di questo ragazzo mi porta al calcio giocato con un certo rimpianto. Mi fa tornare in mente un episodio della storia di Edmondo Fabbri, pubblicata ieri: quando si soffermò sul giovane Gigi Riva, presente a Middlesbrough durante Italia-Corea del Nord, ma solo spettatore. Si farà – diceva Mondino, dicevano tutti – ma era già pronto. Si farà – dicono oggi di Lucca – ma proprio l’altro giorno ha portato la Under 21 alla vittoria. L’equivoco è che, nell’Italia del Rivera Golden Boy a poco più di sedici anni, si pensa che a vent’anni un calciatore sia ancora un giovincello, e c’è anche la scusa dei Millennials. Ma no, immaginate un ragazzone di un paio di metri, forte, equilibrato, re dell’area, un nove vero non falso, un Ibra che verrà, magari. Ritenete che a Belfast avrebbe avuto paura? Uno così non sa cosa sia, la paura.

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