Inzaghi e Allegri, la giustizia del campo

Una delle frasi celebri di Perry Mason, avvocato difensore indimenticabile oltre che imbattibile (cose che succedono esclusivamente in tv o al cinema) è «la giustizia è solo un’illusione». E come dargli torto. Nella stagione delle rapidissime, ingenerose e spesso ridicole sentenze social, il calcio – meglio, il campo – un po’ di giustizia riesce tuttavia a garantirla: i risultati sono prove inoppugnabili.

Simone Inzaghi e Massimiliano Allegri, a lungo accusati dal tribunale della rete di non essere in grado di allenare uno l’Inter e l’altro la Juve, le rivincite se le sono prese in appello: dopo essere stati condannati all’“out”, si ritrovano “in”, poiché hanno saputo cambiare tanto il loro destino quanto quello delle squadre che guidano.

Pur sforzandomi, non riesco a individuare altre analogie tra i due allenatori, divisi non tanto dall’anagrafe (nove anni), da un punto e una partita ancora da giocare (l’Inter) quanto da radici, formazione, carriera, metodi e carattere.

Inzaghi sta facendo un lavoro eccezionale (penso alla finale di Champions giocata più che alla pari col ManCity) e capitalizza al meglio l’esperienza nel top club: non è un allenatore per giovani, punta sulla qualità e sul vissuto di chi manda in campo e in particolare nell’ultimo anno e mezzo ha completato la propria crescita anche attraverso un utilissimo scambio d’informazioni con i vari Mkhitaryan, Calhanoglu, Lautaro, Barella e Dzeko, l’unico dei cinque che non è più presente.

Oggi l’Inter è capace di praticare qualsiasi tipo di calcio. Allegri, rinunciando alla gloria e ai milioni del Real Madrid, è tornato alla Juve in una fase di evidente recessione economica e tecnica. Lo tsunami dirigenziale ha ulteriormente peggiorato le condizioni lavorative. Ciononostante, ha portato risultati anche l’anno scorso ed è autore di un’annata straordinaria in una situazione ambientale difficilissima, visto il comprensibile impegno societario nel cancellare il passato e tutto ciò che aveva legami con la gestione di Andrea Agnelli.

Per Max la sfida di dopodomani è molto importante, ma non vitale. L’obiettivo minimo l’ha già raggiunto, adesso può giocare per il primo, il secondo o, alla peggio, il terzo posto. Di rilevante segnalo il mantenimento della Juve sempre in linea di galleggiamento: ha rinfrescato notevolmente la rosa, ridotto i costi d’esercizio e garantito l’indispensabile continuità. Dove si sta superando – opinione personale – è nella gestione dei giovani e della pericolosa esaltazione degli stessi da parte di media e tifosi: l’impiego ragionato dei vari Yildiz, Miretti, Iling-Junior, Nicolussi Caviglia (e la stagione scorsa di Soulé, Barrenechea e Fagioli) lo pone un gradino sopra i colleghi.

Ieri, come scrive Marota, Allegri ha riunito squadra e staff a Vinovo, mancava solo l’assente giustificato Francesco Calvo, tenutario del centro: per quasi un’ora e mezzo, il tempo di una partita, ha parlato di motivazioni e responsabilità individuali e di gruppo. La sensazione è che stia pian piano facendo la bocca al grande sogno.


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