Inter, per Zhang ora c’è il nodo presidenza

MILANOLa permanenza di Steven Zhang nella carica di presidente dell’Inter è compatibile con le norme federali? All’indomani della sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto il diritto della seconda banca cinese, China Construction Bank, di escutergli un credito da 320 milioni anche in Italia, è una domanda che va legittimamente posta. Le Norme Organizzative Interne della FIGC (NOIF) impongono requisiti di onorabilità (art. 22-bis) ai dirigenti di club, tra cui non trovarsi nella condizione di fallito. Volendo abbracciare un’impostazione formalistica, correttamente garantista, si dirà che non è stata pronunciata (ancora) una dichiarazione di fallimento personale, benché sia piuttosto evidente che Zhang si trovi in una situazione prodromica all’insolvenza. Cioè un debito, dichiarato esigibile, verso un soggetto la cui posizione creditoria è stata riconosciuta dalle autorità giurisdizionali. A fronte di tale debito non pare esistere nessun reddito (o asset) in Italia con cui soddisfare le pretese della banca cinese. Tanto che questa ha intrapreso un’azione legale per ottenere dall’Inter il pagamento di compensi a Zhang che l’Assemblea non aveva neppure deliberato. 

Poiché la perdita dei requisiti è causa di decadenza dalla carica, gli organi federali di controllo hanno dunque esperito verifiche atte a stabilire se un club storico come l’Inter, patrimonio del calcio italiano, la cui squadra si appresta a vincere meritatamente la seconda stella, sia oggi presieduto da chi potrebbe averne perso i presupposti? 
Si ricordi come in Inghilterra l’ex presidente del Leeds Cellino venne sospeso dalla Football League che lo ritenne carente dei requisiti di onorabilità, in seguito a una condanna riportata in Italia. Seguire il modello inglese richiederebbe forse anche un approccio più sostanziale e meno formalistico, altrimenti resta uno slogan. 
Nella vicenda della banca cinese va poi distinto l’aspetto personale da quello societario: il default di Steven scattò in subordine al default principale di una società (Great Matrix) controllata da Suning Holdings, circostanza che chiama in causa i requisiti di solidità finanziaria previsti dall’art. 20-bis per chi detenga almeno il 10% di una società professionistica. Si dirà che nella catena di controllo non figura Steven Zhang bensì una cascata di veicoli che dal Lussemburgo arriva in Cina ma il comma 2 prevede che in caso di «società o enti, nazionali o esteri, di qualsiasi genere (anche aventi la natura di trust) i requisiti di onorabilità devono essere soddisfatti da coloro che ne detengano il controllo, nonché da coloro che ne esercitino i poteri di rappresentanza o ancora ne risultino i beneficiari effettivi». Analogamente, i requisiti di solidità finanziaria vanno attestati con referenze bancarie. Di quali referenze dispone chi – come Suning Holdings – ha già dato default su un debito attraverso una controllata? 

Non manca chi obietti che Steven non è formalmente il proprietario dell’Inter ma allora occorre farsi due domande, soprattutto nel periodo in cui la procura milanese pare assai sensibile a questi temi: chi è il vero proprietario dell’Inter? Chi ne è il beneficiario effettivo, secondo la definizione delle NOIF? È possibile che un club prestigioso, con la storia dell’Inter e milioni di tifosi, versi in una condizione di tale incertezza? I risultati sportivi sono brillanti per indiscutibile bravura di Marotta, Ausilio e Antonello ,capaci di governare con coraggio e abilità una barca senza nocchiero, ma i regolatori possono ancora evitare l’argomento? 


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