Insigne, la variabile Spalletti sul mistero dell'estate

Dopo aver accompagnato Francesco Totti sino all’uscio, scoprendosi – suo malgrado – (quasi) protagonista d’una serie televisiva, ed aver osservato l’addio di Icardi, Luciano Spalletti, che con la tempistica dei divorzi celebri deve avere un’allergia oppure ne è magicamente attratto, rischia di celebrare anche la separazione di Lorenzo Insigne dal Napoli. I monumenti, grandi o piccoli che siano, cadono proprio dinnanzi ai suoi piedi. E per evitare che il terzo indizio faccia di lui – e immeritatamente – un «tagliatore di teste», si può procedere con il riassunto delle stagioni precedenti, quelle che (probabilmente) hanno aperto un solco tra il Napoli ed Insigne, anzi tra Adl e lo scugnizzo, inutili, per mancanza di occasioni, a celebrare una separazione di fatto avviata nella notte dell’ammutinamento, forse prima. Ma il passato conviene rievocarlo, persino a futura memoria, affinché le ricostruzioni, le più plastiche, non rientrino nel manierismo. Il Napoli e Insigne hanno smesso di dirsi qualcosa proprio nel momento in cui c’è stato l’ultimo rinnovo, e nella penombra, da una parte e anche dall’altra, s’è sempre nascosta una sottile tentazione di staccarsi: sarebbe successo già nel 2019, e Lozano divenne la preparazione all’eredità sulla fascia, se un magnate o un amante del «tiraggiro» si fosse presentato da Adl. Ma il sismografo non registrò scosse percettibili e fu anche per questo – plausibile motivazione – che tra Mino Raiola e il «monello del gol» s’arrivò a uno strappo definitivo. Come insegnano «Giorgio e il Vescovo», Insigne e il Napoli sono ormai separati di fatto da un bel po’, tacciono o si inviano messaggi subliminali, abbracciano – come è anche giusto che sia – strategie chiaramente esatte e contrarie, per assecondare i rispettivi interessi. 

Ma intanto lo scenario è cambiato, perché il «capitano» è pure diventato un protagonista indiscutibile del successo dell’Italia agli Europei, è stato eletto – da sempre – con l’assegnazione di Mancini della «10» uomo-simbolo di quella squadra che ha diffuso allegria e rappresenta pur sempre, piaccia o no, e rappresenta l’icona della napoletanità senza se e pure senza ma. Questa storia dei 30 milioni, che sa tanto di 30 danari, è in qualche modo risolvibile. Luciano Spalletti, esprimendosi sull’«aziendalismo», tesi che gli fa onore, ha sussurrato la propria posizione, che appartiene al ruolo stesso di chi sta al fianco del proprio presidente, condividendone scelte e filosofia. Però Insigne, accidenti, capita sul suo percorso, dopo Totti e Icardi e stavolta, potendo, pur intuendo il disagio che proverebbe, sarebbe indicativo sentirgli dire altro, per esempio se abbia immaginato un Napoli senza Insigne, o se gli è stato anche prospettato. Così, per sperare de capì prima…!

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