Imporre il silenzio non è la soluzione

Thiago Motta non si metterà di colpo a parlare portoghese. Numeri del genere può concederseli soltanto Mourinho, che li accompagna con una faccia da ceffoni capace di far sentire fuori posto un mattatore del palcoscenico, confuso un Hercule Poirot o vagamente stupido un premio Nobel. Motta tirerà qualche moccolo in lingua madre dentro di sé e poi ribadirà le sue buone intenzioni e la sua ottima fede in un tranquillo italiano, senza una smorfia a increspargli il viso roccioso. Anche se lo hanno appena aggiunto alla lista dei cattivi, dove raggiunge Mourinho appunto, e altri allenatori colti nel fallo più esecrato e meno perdonabile che il calcio conosca: il vizio assurdo di esprimersi dopo aver pensato. Il delitto d’opinione è un contenitore elastico. Può contenere ciò che si vuole. Dipende dall’umore del momento di chi sorveglia e giudica. Va nella direzione opposta a quella in cui rema faticosamente la disciplina del gioco. Nelle situazioni di campo pretendiamo tutele sempre più rigide, ammonizioni codificate, tecnologia insonne, linee del fuorigioco non tracciate da mano umana. Nella normativa che dovrebbe regolare i rapporti tra le componenti dell’ambiente, tutto diventa liquido. Ciò che una volta era apprezzata ironia è diventato offesa inaccettabile, ciò che veniva vissuto come infamante viene spesso ignorato. Nel nome di principi etici variabili. Manca un interprete interiore condiviso. Non per nulla Mourinho se ne porta dietro uno esterno. Si fa beffe del nostro stagionale scontento. 
Esistono regole, si dirà. Certo. Il problema è che non funzionano bene. Né quelle perennemente mutevoli della comunicazione né quelle di giorno in giorno rinsaldate che guidano il gioco. Esiste una questione di qualità e coerenza delle scelte arbitrali che non può essere affrontata portando davanti a un tribunale – sportivo, s’intende – i tecnici che dissentono. O che di volta in volta si sentono danneggiati da quell’irraggiungibilità intrinseca della certezza del diritto. Lasciamo stare il recupero fluviale di Lecce-Bologna, peraltro corretto. Prendiamo, per esempio, un episodio evidente come il fallo di Lautaro su Lobotka che ha aperto la via della gloria all’Inter contro il Napoli. Se esistono arbitri che non vedono rigori accecanti, tanto c’è almeno una telecamera a coprire le spalle, se occorre l’intelligenza artificiale per distinguere un giallo da un rosso, se non si riesce a stabilire un metro di misura valido per tutte le gare di un campionato, allora imporre il silenzio è la soluzione peggiore. Meglio l’urlo di rabbia, invece. 

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