Il modello Mancini annullato per decreto

La fiducia nei giovani, i progetti di sviluppo dei vivai, il coraggio, il made in Italy (il calcio rientrato a casa dopo lo sfratto del 2018), tutte le belle cose che ci siamo raccontati in un mese di successi europei e allegria nazionale, e insomma il modello Mancini applicato al campionato? Semplicemente l’illusione – temo – di qualche giorno: un’ipotesi di gestione sana e intelligente accantonata per colpa di un decreto governativo che si chiama “Crescita” ma che della crescita non presenta i caratteri. L’aspetto paradossale è che la sua introduzione, a lungo ostacolata dall’Agenzia delle Entrate, fu sostenuta proprio da Federcalcio e Lega – sotto il Governo Conte – preoccupate dai buchi disastrosi che la pandemia aveva moltiplicato nei bilanci dei club. Comprensibili le intenzioni, deleteri gli effetti: il Decreto Crescita si sta rivelando un autentico boomerang, visto che per ottenere una significativa agevolazione fiscale le squadre di serie A e B al momento della scelta tra uno straniero da fuori e un italiano (da dentro) privilegiano sempre il primo.

Ricordo che il decreto del 2019 ha esteso la platea dei beneficiari del regime speciale per i lavoratori impatriati anche agli sportivi professionisti, con tassazione ridotta al 50% sui redditi da lavoratore dipendente per chi trasferisce la propria residenza in Italia dopo almeno due anni all’estero impegnandosi a mantenerla per almeno due anni. All’interno della norma, è previsto che gli sportivi professionisti versino comunque un contributo pari allo 0,5 della base imponibile destinato al potenziamento dei settori giovanili.

In due parole: un calciatore italiano che percepisce uno stipendio netto di 3 milioni a stagione ne costa circa 6 al club; uno straniero con lo stesso ingaggio, 4 e mezzo. Nell’ultima campagna acquisti sono stati 101 gli stranieri provenienti da campionati esteri e hanno portato la quota a 362 su 594, 232 gli italiani (39,1%). Questo squilibrio ha addirittura indotto l’Associazione degli agenti a chiedere alla Federcalcio di intervenire presso il governo poiché il decreto produce un danno indescrivibile ai nostri, potenziali futuri azzurri inclusi.

Anziché favorire fiscalmente l’importazione di talenti (si fa per dire) stranieri il Governo dovrebbe defiscalizzare i settori giovanili, privilegiando la dimensione manufatturiera, il prodotto interno. La Nazionale di Mancini ha dimostrato che si può vincere anche senza i fuoriclasse da 30 milioni l’anno. E non esiste un momento più giusto di questo per investire sui nostri giovani e rilanciarci seriamente.

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