I segreti di una notte magica: le 5 mosse con cui Allegri ha fatto sua la Juve

Dall’assetto offensivo alla rinuncia a Chiellini, l’impronta di Max sul successo con i campioni d’Europa

Pragmatismo e fantasia, per la prima volta in stagione col Chelsea si è vista quell’impronta di Massimiliano Allegri sulla Juventus per come la si immaginava in estate al momento del suo ritorno sulla panchina bianconera. Domare i campioni d’Europa in carica può essere anche solo l’episodio isolato di una partita di fine settembre, ma sono tanti i segni di discontinuità rispetto a quanto visto finora, su cui immaginare di costruire adesso i princìpi della nuova stagione. Che sia l’incantesimo di una notte o la ricetta ritrovata su cui costruire la nuova Juve, vincere aiuta a vincere perché vedere risultati così importanti aiutano anche il gruppo a seguire con fiducia nelle indicazioni a volte di rottura rispetto alle abitudini e alle predisposizioni naturali.

L’INVENZIONE: SENZA CENTRAVANTI

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Una squadra comincia a essere veramente la squadra di Allegri quando Max ci mette la sua invenzione, quella che era mancata finora in quest’inizio di stagione, quella a cui si aggrappava la Juve per come rimedio taumaturgico a un’annata nata male. La “pazza idea” col Chelsea non è necessariamente replicabile in condizioni normali e applicabile sistematicamente, ma l’attacco senza centravanti di ruolo (inizialmente il tridente con Bernadeschi falso nove, poi Chiesa davanti) è la classica zampata di Allegri. Si è rivelato il miglior modo per fare di necessità virtù, trasformando da abile stratega (e contrattaccante per vocazione) la principale debolezza in una possibile spina nel fianco avversario. Mossa a sorpresa, il campo gli ha dato ragione.

LA TRINCEA: LE LINEE STRETTE

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Una squadra che in campionato prende gol da 20 partite di fila si è rivelata improvvisamente per una notte a immagine di Allegri, e del cliché di Allegri, tenendo a un solo tiro in porta i campioni d’Europa. In una stagione di tanti errori, lo ha fatto per 90 minuti serrandosi bassa (baricentro medio a 39,5 metri, linea di recupero palla a 24,9 metri) in due linee molto strette, quella della difesa e quella del centrocampo, distanti una dall’altra forse non cinque ma sicuramente non oltre i dieci metri (sui 33,5 metri di lunghezza media dell’intera squadra, pochissimi). Due pareti di una trincea che ha soffocato le mezze punte di Tuchel, ha schermato le linee di passaggio per Lukaku e ha fatto trovare densità in area quando il Chelsea ha provato ad aggirarla per linee esterne coi cross.

SENZA CHIELLINI SI PUO’

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Era stato inevitabile dare un significato alla scelta di Allegri di andare nei big match con la fidata vecchia guardia Bonucci-Chiellini al centro della difesa. Che pareva una sicurezza della vigilia alla luce anche dei trascorsi positivi con Lukaku del Chiello, uomo fin qui brandito da Max come richiamo atavico all’anima che deve avere questa Juve. Poi escono le formazioni e Chiellini è in panchina, non per motivi fisici. Da una parte la conferma che il vero intoccabile è Bonucci: sempre presente, sempre titolare e sempre per 90 minuti, prima o poi dovrà rifiatare ma è irrinunciabile. Dall’altra i primi frutti su De Ligt del trattamento-Allegri che tanto bene ha fatto a Chiesa, pungolato anche pubblicamente dal tecnico, parte del percorso di crescita immaginato dal mister anche per l’olandese, uno che il popolo juventino ha sempre considerato difficilmente discutibile: Max invece lo ha discusso, per aggiungere al suo bagaglio una “italianizzazione” a livello caratteriale e tattico. E gli ha dato fiducia contro l’avversaria più importante, alla faccia della Chiellini-dipendenza.

meno EGO, più SACRIFICIO

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Non sfugga il fatto che la prima serata manifesto dell’Allegri-bis è arrivata nella partita in cui la Juve era senza la sua stella designata, Paulo Dybala, e come detto senza il suo altro volto simbolo, e anima, Giorgio Chiellini. Che non vuol dire che si fa meglio senza di loro, perché è quanto più di distante dalla realtà. Ma piuttosto senza i suoi capisaldi più iconici Max si è trovato un foglio totalmente bianco e l’ha usata come opportunità di sbizzarrirsi in libertà per usare tutti i colori rimasti nel ricco ma comunque atipico astuccio. Tabula rasa come opportunità di costruire da zero. Un coro senza ego che è premessa fondamentale per una serata di sacrificio totale, necessario per resistere tutta una partita in cui si è avuto un terzo del possesso di palla avversario (26,9% a 73,1%). E siccome la difesa è sofferenza, provare così forse non la gioia ma almeno la soddisfazione di questa sofferenza. Come il peso dell’avversaria e l’importanza dell’obiettivo hanno aiutato a fare, ma sarà possibile declinare anche su appuntamenti meno stimolanti solo se entrerà nella mentalità e non nella missione di una notte.

CAMALEONTE

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Col Chelsea Allegri ha dato l’impressione di divertirsi proprio a modellare la squadra ridandole forma da un minuto all’altro come un abile vasaio, allargandola qui e stringendola lì e viceversa. Già così è una notizia, dopo alcuni spezzoni di partita (vedi finale col Milan) lo avevano indispettito proprio per le difficoltà di comunicazione per telecomandare i movimenti e le posizioni per come li vuole lui. Il modo poi in cui ha cambiato via via forma alla Juve in corso d’opera lo ha esaltato: le letture della partita sono state miriadi e sicuramente opinabili, ma al di là dei numeri è passato dal tridente con Bernardeschi al centro con brani di 4-1-4-1 con Locatelli davanti alla difesa (e a Lukaku) al più abituale 4-4-2 con Cuadrado sulla più convenzionale linea dei centrocampisti fino alla formula definitiva con entrambi i laterali (il colombiano e Alex Sandro) a sostegno dei tre difensori Danilo-De Ligt-Bonucci e davanti a loro vicinissimo il centrocampo a tre, più in avanti Bernadeschi in verticale dietro al centravanti Chiesa. Una festa mobile capace di adattarsi al bisogno, oltre che all’avversaria, nel giro di pochi istanti. Con il joystick di Allegri in panchina a dare forma a tutto in tempo reale.

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