Gotti esclusivo: “Ibra-Lukaku? Succede anche tra preti”

Sei giorni fa nel mezzo di Udinese-Verona, Marwin Zeegelaar vede il numero della sua maglia sul tabellone luminoso delle sostituzioni e storce il muso. Mancano diciannove minuti al termine e la gara è inchiodata sullo zero a zero. Contrariato, il centrocampista olandese lascia il rettangolo di gioco. Luca Gotti, l’allenatore, lo attende sulla linea laterale, lo intercetta, s’incurva verso di lui, apre le braccia, lo cinge da lato a lato e gli sussurra qualcosa nell’orecchio. Marvin abbassa il capo, ricambia l’abbraccio e, mentre guadagna la panchina, il suo volto non è più contratto nella stizza, ma si è rasserenato.

Che spiegazione gli ha dato, Gotti?
«Nessuna spiegazione. Solo un gesto d’intesa. Noi li chiamiamo impliciti condivisi. Abbiamo esperienze comuni che ci fanno intendere senza parole. È come se fossimo compagni di università, che hanno vissuto insieme per anni. Ci basta un atteggiamento di sensibilità per richiamare un comune sistema di valori e di regole. È un segno fondamentale. Perché l’adrenalina é un carburante altamente infiammabile e una parola sbagliata può diventare incendiaria. Ci salva l’empatia».

Nei giorni scorsi il suo collega Antonio Conte ha tirato fuori il dito medio al presidente della Juve, Andrea Agnelli, che gli ha risposto sullo stesso registro. Due top player come Lukaku e Ibra si sono insultati con le parole più acide che avevano, sfiorando la rissa. Che chance ha uno educato come lei in questo calcio?

«Non sono “altro” rispetto a quello che lei racconta. Né sono nato a Oxford. Vengo dalla campagna del basso Polesine, fiero delle mie origini e della mia cultura. Che mi suggerisce una distinzione. Lukaku e Ibra si beccano come avviene in tutti i campi. La loro lite è poco più che un frame. Farci della sociologia vuol dire strumentalizzare qualcosa che sta tutta dentro il calcio e solo il calcio può spiegare».

In che modo?

«Mettiamola così. Ci sono due atleti che si confrontano e utilizzano tutte le armi a disposizione, compresa quella della provocazione, per mettersi reciprcamente a disagio. Non si chiamassero Lukaku e Ibra, non ne parleremmo neanche. Finisce in rissa la finale della Clericus Cup tra preti, o piuttosto il torneo degli avvocati. Il calcio tira fuori il meglio e il peggio che è in noi».

Vuol dire che l’agonismo della prestazione e un diritto-dovere di potenza giustificano di chiamarsi asino, di ironizzare sui riti woodoo, di tirare in ballo «tua madre» e «tua sorella»?

«No, dico semplicemente che non è necessario caricare di un giudizio morale un fatto che sarà già giudicato secondo il regolamento sportivo. Che è una garanzia, perché fa corrispondere una sanzione alla violazione. Però non possiamo far finta di non sapere che la sfida per vincere si compie tutta su una frontiera border line, dove il dispendio di energie fisiche impatta sul controllo delle emozioni. Ecco, voglio dire che non possiamo giudicare a bocce ferme, con un paradigma morale, ciò che succede tra una squadra che è sotto di uno o due gol e un’altra che difende il vantaggio con tutte le forze che ha».

Ma questo non vale anche per Conte e Agnelli?
«Anche qui eviterei un giudizio netto, però riconosco che entrano in gioco ruoli diversi. L’allenatore è una guida. Noi sappiamo che Conte la interpreta in modo sanguigno, trascendere fa parte del suo modo di fare gruppo. E il suo è un gruppo allargato, non si ferma alla squadra. È un popolo. Lui dà l’idea di riferirsi sempre a questa grande platea virtuale. Ma chi ha un ruolo di guida è sperabile che riesca a contare fino a dieci».

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