Gli eroi dell’82: “Così Bearzot ci fece diventare campioni del mondo”

Altobelli, Bergomi, Causio, Collovati e Conti raccontano aneddoti e omaggiano Paolo Rossi, che oggi avrebbe compiuto 66 anni: “Il c.t. aveva fiducia in lui più dello stesso Paolo”

dal nostro inviato Valerio Piccioni

23 settembre – TRENTO

Oggi Paolo Rossi avrebbe compiuto 66 anni. Ed inevitabilmente il momento più emozionante dell’incontro con cui il Festival dello Sport ha celebrato i campioni del mondo del 1982 è quello con cui i cinque “bearzottiani” presenti a Trento – Alessandro Altobelli, Beppe Bergomi, Franco Causio, Fulvio Collovati e Bruno Conti – si stringono intorno alla maglia numero 20 che Pablito indossò l’11 luglio 1982 al Bernabeu. Un ricordo arrivato al Festival grazie alla cortesia della moglie di Paolo, Federica Cappelletti, e di Marco Schembri del Museo dedicato all’icona di Spagna ’82.

“Sapete chi l’ha ricordato per primo sulla nostra chat di campioni del mondo? Daniele Massaro”. Spillo Altobelli racconta del suo gol in finale e rivela mille aneddoti, ma il segmento più suggestivo del suo discorso riguarda il rapporto fra il c.t. e Pablito: “Bearzot aveva una fiducia pazzesca in lui, più di quanto ne avesse Paolo stesso”.

MaraZico

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Il pomeriggio è un pranzo fra amici con Alberto Cerruti, inviato della Gazzetta in quel Mondiale, nelle vesti di regista della conversazione. Ecco che Collovati incorona Conti: “Marazico è stato il nostro trascinatore”. Beppe Bergomi ripete il retroscena relativo al suo immortale soprannome, quel “sembri mio zio” pronunciato da Gianpiero Marini, compagno di stanza in Nazionale, nello spogliatoio dell’Inter. Causio ricorda le sue arrabbiature nel momento in cui la Juventus lo cedette all’Udinese e quella telefonata di Bearzot: “Tu dimostrerai che non sei finito e sarai fra i 22”. Il Barone porta anche lo “scalpo” di un’ammissione d’autore: “Ho incontrato Zico e mi ha detto: avete meritato di vincere. Ma al Brasile non va ancora giù, pure la loro era una squadra fantastica”. “Ma anche presuntuosa”, puntualizza Conti. Mentre Altobelli racconta con dolcezza che cosa successe il giorno dopo quel trionfo: “Dall’aeroporto al Quirinale era un tappeto di gente. Poi, finito tutto, tornai a Sonnino, a casa mia, cento chilometri da Roma. Mi guardai intorno e mi dissi: e adesso? La verità è che dopo qualche ora già mi mancavano i miei compagni”. Quando si dice: una squadra. E che squadra.

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