Gli agenti sono il male del calcio? Ne parliamo con loro

Le commissioni, il ruolo dei super-procuratori, i disagi della base: abbiamo messo a confronto Giovanni Branchini, decano della categoria, e Gabriele Giuffrida, punto di riferimento della nuova generazione

Le ultime parole di Gianni Infantino sono stilettate: “Nel 2019 sono stati spesi 7 miliardi di euro per i trasferimenti: 700 milioni sono andati in provvigioni degli agenti e solo 70 milioni alla formazione e ai compensi di solidarietà. Qualcosa non va, si deve cambiare”. Da un po’ di tempo la Fifa ha messo nel mirino i procuratori lavorando a una riforma del calciomercato che è ancora in sala parto ma che ha già provocato l’ira dei super-agenti: Jonathan Barnett, Jorge Mendes e Mino Raiola – 331 milioni di dollari di commissioni incassate nel 2020, secondo Forbes – assieme a David Manasseh hanno fondato la Football Agents Forum, in aperta opposizione alla massima istituzione calcistica. In realtà, la contrarietà è dell’intera categoria degli agenti, una categoria variegata che da Raiola arriva al giovane procuratore dei campetti polverosi di provincia. Ne abbiamo parlato con i diretti interessati, in un dibattito che ha coinvolto il decano Giovanni Branchini, presidente onorario delle associazioni degli agenti italiana (Aiacs) ed europea (Efaa), e Gabriele Giuffrida, punto di riferimento della nuova generazione di agenti e intermediari in Italia e all’estero.

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