Gerolin: “La mia Roma era gajarda e tosta”

Innanzitutto auguri in ritardo per i suoi 60 anni. In questi casi si chiede: Gerolin cosa vuole fare da grande?

“Voglio fare ancora il direttore sportivo. È un momento in cui sto fermo, ma sono pronto a valutare progetti tecnici interessanti soprattutto nel ramo scouting e qualche discorso già c’è. Attendo all’orizzonte. È un momento difficile per girare il mondo e visionare giocatori, ma vedo che il mercato dei ds è sempre attivo”.

Cinque anni a Udine, sei a Roma. È un cuore diviso a metà?

“È stata una carriera divisa al 50% tra queste due squadre. A Udine sono diventato calciatore, ho avuto l’emozione degli inizi e delle prime gioie. Poi però a 25 anni sono andato in una Roma che aveva grandi ambizioni e lì sono cresciuto anche come uomo oltre che come calciatore. È stato il passo decisivo della mia carriera. Abbiamo vinto due Coppe Italia e stavamo per vincere uno scudetto storico in rimonta. Ricordo un gran bel feeling con i tifosi romanisti”.

Che apprezzarono le sue doti di combattente…

“Che apprezzano ancora oggi chi dà tutto per quei colori. E in quegli anni eravamo in tanti. Eravamo una squadra tosta, “gajarda” come si dice a Roma. Io ho fatto l’esordio nella gara d’addio di Falcao contro l’Ajax e i tifosi mi dedicarono subito un coro dopo un gol. Fu amore a prima vista e da lì ho imparato cosa voleva dire giocare per quella gente in una città così enorme e diversa rispetto a quelle in cui ero stato”.

Più amara la sconfitta con il Lecce nel 1986 o la finale di Uefa per con l’Inter??

“Sicuramente la prima. Con Eriksson avevamo fatto una cavalcata incredibile, recuperato tanti punti alla Juve e io ero titolare fisso di quella squadra. Giocavamo un calcio spettacolare, poi quando sembrava fatta alla penultima è accaduto qualcosa di impensabile. Siamo caduti con l’ultima in classifica già retrocessa e per lo più in casa dove tutti erano pronti a far festa. Sono episodi strani che a volte capitano nel calcio e nello sport”.

Per molti è stata la Roma più bella di sempre.

“La più bella Roma è sempre l’ultima, e quindi quella di oggi. Ma a parte tutto giocavamo un calcio all’epoca molto moderno, innovativo. Avevamo la difesa alta con due terzini come me e Nela molto offensivi che mangiavano campo. Una squadra attuale, che si troverebbe bene in questo campionato”.

Il momento più bello nella Capitale??

“Sono stati tanti e tutti vissuti al fianco di grandi personaggi, di sicuro mi porto dietro quel coro all’esordio e l’affetto della gente. Molti mi ricordano la doppietta al Bordeaux in Coppa Uefa. Forse quello a livello personale, ma pure la conquista delle due Coppe Italia. Lottavamo sempre per grandi traguardi, a volte ci riusciamo a volte no”.

Il ricordo più bello di Udine invece??

“Non posso dimenticare il mio gol all’ultimo secondo contro il Napoli che ci ha permesso di salvarci. In quel momento è nata la grande Udinese di Zico, se fossimo andati in B sarebbe cambiato tutto. Dopo quel gol ci siamo tolti parecchie soddisfazioni”.

Lei ha giocato con Zico, Cerezo, Voeller, Conti e tanti altri campioni…?

“Con gente di spessore oltre che grandi campioni. Aggiungo pure Tancredi, Nela, Šurjak. Ma soprattutto vorrei citare Franco Causio a Udine. Era fenomenale, un por- tento ed era un onore giocare al suo fianco. All’epoca era il sogno di tutti i calciatori venire a giocare in Italia quindi trovavi il meglio del meglio. Non saprei chi scegliere”.

Poi cosa è successo?

“La legge Bosman ha cambiato tutto. Si sono aperti gli orizzonti per tutti così ad esempio pure i brasiliani hanno iniziato ad andare in Germania ed è cominciata una concorrenza economica che ha visto altri Paesi come l’Inghilterra più ricchi di una Italia in crisi e quindi più pronti. L’altro momento chiave è stato l’acquisto del Psg da parte degli arabi. Da lì è cambiato tutto, sono arrivate le superpotenze mondiali e forse troppi soldi”.

L’altro periodo d’oro dell’Udinese l’ha vista come osservatore e poi dirigente.

“Nel 1999 siamo stati tra i primi club in Europa grazie alla lungimiranza dei Pozzo ad affidarci a uno scouting internazionale per arri- vare prima, spendere meno e valorizzare il prodotto che all’epoca poteva essere Asamoah, Sanchez, Isla o Cuadrado. Mi sembra l’unica via per il calcio in crisi in questo periodo di Covid. Oggi si parla tanto di software, ma io anni fa avevo una intera sala video dove monitoravamo ogni campionato del mondo. La verità è che li dovevamo poi assaporare dal vivo per capire quando e dove possono giocare. La tecnologia può aiutare ma poi serve il contatto”.

Sono passati 30 anni dalla morte di Dino Viola. Quale immagine ricorda di lui??

“Dino Viola era presente a Trigoria molto più di noi. Era un padre di famiglia, uno che voleva sapere tutto della Roma. Aveva creato un gioiello e giustamente ci teneva. La Roma era la sua vita e noi eravamo i suoi figli. Ho un ricordo davvero pieno di affetto per lui, ha vinto tanto e meritava di più. Anche Pozzo e Zamparini sono stati due presidenti molto presenti, sempre molto attenti. Oggi con le proprietà estere le cose sono cambiate. È il segno dei tempi e bisogna adeguarsi. Diciamo che è un periodo duro per i dirigenti”.

Roma, 30 anni fa la scomparsa di Dino Viola

Domenica si gioca Roma-Udinese, non le chiedo per chi farà il tifo…

“Posso solo dire che è una partita durissima per i giallorossi, perché l’Udinese ha dei giocatori eccellenti davanti e non merita la classifica che ha. Detto ciò la Roma stavolta deve sfruttare il turno favorevole, per me resta una squadra con personalità. La vedrò sicuro, col cuore diviso a metà”.

Udine è un’esperienza passata, ma le piacerebbe tornare a Roma a dare una mano a cercare quei giovani, quei giocatori da valorizzare come ha fatto in Friuli?

“Magari, a Roma peraltro lavorano due persone che conosco bene come Bruno Conti e De Sanctis. Io sono qui e sono libero!”.

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