Finalmente a… porta chiusa dopo due mesi. Ma davanti serve concretezza

L’ultimo clean sheet risaliva alla vittoria col Verona del 7 marzo. Una buona notizia verso la Juve. Undici tiri nello specchio, due gol e tanti errori: per la Champions serve altro

Atteso, ma certamente non scontato a priori. Il successo col Benevento era l’unica strada percorribile per restare accomodati sul vagone Champions, eppure le due partite precedenti invitavano alla prudenza nei pronostici. Specialmente quella col Sassuolo. Stavolta invece, nonostante un avversario con il respiro affannoso di chi ha poco tempo e pochi punti, la pratica è andata via liscia. Con un punteggio che non rende giustizia alla mole offensiva prodotta da Ibra e compagni, me che arriva al termine di una partita mai in discussione. Mai come questa volta, però, il Milan ha evidenziato le due facce della medaglia. Perché contro Juve e Atalanta, giusto per fare due esempi pertinenti al cammino rossonero delle prossime tre settimane, occorrerà una prestazione migliore davanti alla porta avversaria. Ma partiamo dalle cose belle.

Il rosso…

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Il cancello finalmente è di nuovo rimasto chiuso. Stavolta nessuno è riuscito a scardinarlo e quando qualcuno si è avvicinato troppo, è suonato l’allarme. A suonarlo, in particolare, sono stati Donnarumma e Romagnoli, due simboli di questo Milan che negli ultimi tempi stanno vivendo una situazione complicata, entrambi per motivi contrattuali. Ma, al di là di come evolverà la situazione in estate, in questo momento l’attenzione non può non restare alta sulla fase difensiva. Prima del Benevento, il Milan aveva incassato 11 gol in 7 partite, decisamente troppi per una squadra che punta alla Champions. L’ultima gara senza subire reti era datata 7 marzo, due a zero a Verona e vittoria convincente e promettente pensando all’ultima parte di stagione. Poi, però, sono iniziati i singhiozzi e la fase difensiva ha smarrito sicurezza coinvolgendo anche chi, come Tomori, aveva sempre viaggiato ai confini dell’impeccabilità. Un altro dato per capire meglio: aggiungendo ai conti anche l’Europa League, prima di ieri il Diavolo aveva tenuta abbassata la saracinesca soltanto una volta (quella, appunto, di Verona) in sedici partite. E allora adesso presentarsi alle ultime quattro curve arrivando da un due a zero rotondo, potenzialmente più gonfio di gol, regala buone sensazioni all’ambiente e fiducia alla squadra. A patto di non incappare in cali di tensione come al minuto numero 11 della sfida di ieri, quando Lapadula si è infilato come una lama calda nel burro (su un lancio da centrocampo…) tra Dalot e Tomori, sfiorando il gol. Ecco, con la Juve questi regali costerebbero carissimi.

… e il nero

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Un po’ come quelli sotto porta. La porta altrui, s’intende. Perché se da un lato la buona notizia è il ritorno a un’abbondante fase offensiva, il lato oscuro della luna racconta che ancora una volta il Milan non è stato in grado di chiudere il match in tempi dignitosi. In questo senso, ci sono partite che si riescono a portare ugualmente a casa, come ieri. Ma anche altre in cui si viene puniti (Sassuolo). Davanti serve cattiveria, come predica da settimane Pioli serve fare la scelta giusta nell’ultimo passaggio, nell’ultimo quarto di campo. Capire quando è meglio tirare e quando invece c’è luce sufficiente per arrivare in area piccola con la palla fra i piedi. Ieri Ibra ha fornito per esempio due versioni di sé. La più luminosa è stata quella psicologica, perché la presenza di Zlatan ha alzato nuovamente la soglia di attenzione dei compagni, ha permesso alla squadra di praticare un calcio più concreto e dinamico. La più sbiadita è stata quella sotto porta. Ha tirato cinque volte, sempre nello specchio, senza riuscire a perforare Montipò (molto bravo in alcune circostanze, graziato in altre). Più in generale, i rossoneri hanno concluso complessivamente nello specchio della porta ben 11 volte – record in questo campionato assieme alla gara con il Crotone –, eppure nel tabellino sono finiti soltanto due marcatori. A Milan che finalmente ha dato l’impressione di essere tornato a divertirsi, manca concretezza là davanti: un pregio irrinunciabile negli ultimi 360 minuti che valgono la Champions.

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