Figc paralizzata, la governance è da cambiare

I progetti di riforma sono bloccati dai veti. I Dilettanti pesano quasi tre volte la Serie A

A forza di prendere porte in faccia o di trovare porte chiuse, a seconda delle richieste, il calcio ha alzato i toni contro il governo. Le parole di Urbano Cairo, uno dei presidenti più rilevanti, solidi e di maggiore esperienza (18 anni alla guida del Torino), danno voce al pensiero di quasi tutti i suoi colleghi che da anni evidenziano trattamenti sfavorevoli al Sistema calcio da parte delle istituzioni. Come se fosse peccato tendere una mano a una delle maggiori industrie del Paese che oltre a garantire un enorme giro di affari e di entrate alle casse dello Stato rappresenta lo sfogo emotivo, passionale, ludico di quasi tutti gli italiani. La lista recente è lunga e parte dai mancati ristori post Covid che hanno impedito al calcio, duramente colpito dal punto di vista economico, un minimo aiuto e risarcimento. Si prosegue con i paletti che impediscono un’equa distribuzione della mole di denaro (un giro d’affari da 16 miliardi) derivante da betting e scommesse, addirittura negando ai club la possibilità di sponsorizzazioni sulle maglie. Poi l’assenza di un tax credit, legato anche agli investimenti nei settori giovanili. Quindi la mancanza di percorsi, non diciamo privilegiati ma almeno non castranti, per la realizzazione di nuovi impianti. Burocrazia, lacci e lacciuoli rendono i progetti delle vere e proprie novelle degli stenti. Tranne rarissimi casi, la maggior parte dei nostri stadi è ferma ai restauri per i Mondiali del 1990. In molte città da decenni hanno sbattuto la testa su progetti mai partiti diverse proprietà che si sono susseguite. Infine il recente stop al Decreto crescita, che impedirà ai club investimenti favorevoli e una crescita del nostro Sistema calcistico. 

La sensazione che hanno molti presidenti è che la politica, con un atteggiamento populista, salga sul carro solo quando conviene, dopo certe vittorie o quando c’è da strizzare l’occhio all’elettorato. A questi svariati temi che zavorrano ulteriormente le casse già in difficoltà di molti club, si uniscono le difficoltà ad avviare riforme. Il presidente Federale Gravina vorrebbe da tempo cambiare il sistema dei campionati, diminuire il numero delle squadre, migliorare la qualità del prodotto che porterebbe alla sua successiva migliore vendibilità in Italia e all’estero. Ma anche i progetti più virtuosi si infrangono contro veti sempre più anacronistici grazie al diverso peso di voto delle varie componenti in Assemblea. Ricordiamo: il 34% dei voti spetta alle leghe (di cui la A il 12%, la B il 5%, la Lega pro il 17%) un altro 34% ai dilettanti, il 20% agli atleti, il 10% ai tecnici e il 2% agli arbitri. Può la Lega dilettanti pesare nelle scelte quasi il triplo della Lega di A che è il motore economico di tutto il Sistema? C’è da cambiare la Governance altrimenti, come ha detto Cairo al termine del vertice informale svoltosi ieri, “ce la suoniamo e ce la cantiamo”, senza fare reali passi in avanti. Dalla Figc alla Lega, vengono confermati e cambiati i presidenti, ma i problemi irrisolti restano sul tavolo. Gli archivi sono pieni di interviste tutte uguali, piene di buone intenzioni, punti di programmi mai avviati o mai conclusi. Un anno e mezzo fa sulla Gazzetta in due ampie interviste, si confrontarono non senza alcune reciproche stilettate, Gravina e Casini. Nulla o quasi da allora è stato fatto di davvero rilevante. Colpe le hanno certamente anche tanti dirigenti di club incapaci di fare squadra. Ora si presenta l’ennesima possibilità di cambiare qualcosa, per riuscirci vanno modificate le regole di voto ed eliminati i paletti che impediscono di agire.

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