Errori incomprensibili. Aia, arbitri e Var: serve un cambiamento

Certi svarioni non solo condizionano e indirizzano le partite, ma gettano una macchia sulla stagione e costringono a riflettere sull’organizzazione del sistema arbitrale

Andrea Di Caro

11 maggio – Milano

Il Var è nato per correggere il più possibile gli errori, anche se ultimamente induce addirittura l’arbitro a sbagliare (vedi Fiorentina-Roma). In ogni caso gli errori non potranno mai essere eliminati al 100 per 100, perché come in campo così al monitor c’è sempre un uomo: e può sbagliare. Ma ci sono errori ed errori. Alcuni, per quanto gravi ai fini del risultato, possono essere compresi, perché legati alla dinamica delle azioni, alla forza degli impatti, alla confusione in aree affollate, tra grovigli di gambe. Ma quando gli errori sono evidenti e gli arbitri non vengono richiamati o quando anche al monitor si persiste nell’errore, allora gli sbagli diventano incomprensibili.

E quando qualcosa non si riesce più a comprendere, vuol dire che il problema è grave e pericoloso. Perché insinua dubbi in dirigenti, tecnici, giocatori, tifosi, fa scatenare polemiche e rende credibili proteste e vittimismi. Certi svarioni non solo decidono, condizionano, indirizzano partite, più o meno importanti, ma gettano una macchia sulla stagione e costringono a riflettere sull’organizzazione del sistema arbitrale, sulla figura del presidente Aia (che non si vede e non si sente), sul faticoso lavoro tra alti e bassi del designatore, sul livello dei suoi stretti collaboratori, sulla qualità bassa dei fischietti esperti e giovani, sul rapporto arbitri-varisti.

silenzio d’altri tempi

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Il silenzio dei vertici arbitrali dopo certe decisioni sballate risulta anacronistico, controproducente e fastidioso. Nell’era dei social e in una società sempre più aperta, il mondo arbitrale è l’unico rimasto chiuso, inaccessibile, intoccabile e privo di comunicazione verso l’esterno. Anche chi in certi ruoli apicali vorrebbe parlare o spiegare viene invitato al silenzio e così a parte le voci di corridoio e i riportini, l’unica maniera per capire come vengono giudicati errori da «mani nei capelli» è aspettare di vedere per quante giornate arbitri e varisti verranno fermati. Cosa che accade sempre più spesso. Senza ottenere risultati purtroppo.

struttura scarna

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La difficoltà di questa stagione, complice anche la scelta di unire sotto un unico designatore Can A e B, necessitava di una guida ricca di elementi e di comprovata esperienza. Si poteva mantenere la coppia Rizzoli-Rocchi, si è preferito un difficile passaggio del testimone. Rocchi si è trovato davanti una montagna. Alla prima esperienza da designatore (senza un altro Rocchi al fianco per parlare con i club o occuparsi del Var) ha dovuto gestire il fine carriera di un paio di big mai completamente tali, tenersi dei fischietti esperti ma tutt’altro che brillanti, lanciare una nuova generazione che ha evidenziato qualche buon elemento e nessun fenomeno. La struttura di Lissone avrebbe dovuto aiutare come quartier generale e centro moderno per avviare una separazione delle carriere (arbitri-Var) rimasta sulla carta. Si favoleggiava di un canale tematico arbitrale e di chiarimenti a fine partita: tutto fermo. Davanti ad errori e strafalcioni nessuno è mai uscito allo scoperto, fatto chiarezza o aperto l’ombrello. L’ex presidente Nicchi, fumantino, lo faceva spesso. Trentalange, che ha un carattere opposto, non si è mai sentito. Di certo tante novità annunciate nel suo nuovo corso sono rimaste nel cassetto.

montagne russe

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E così per provare a rimediare agli errori – ce ne sono stati davvero tanti ed evidenti durante la stagione – si è provato anche a cambiare rotta: prima il lancio dei giovani, poi dopo alcuni strafalcioni nei grandi stadi (soprattutto a San Siro contro il Milan) riecco gli esperti: fiducia mal riposta in Massa-Guida (in Toro-Inter), in Abisso, Pairetto e compagnia. Meglio tornare a schierare solo i più in forma lasciando stare l’anagrafe: altri errori. Alcuni incomprensibili come in Spezia-Lazio, Venezia-Bologna, Fiorentina-Roma. Gli ultimi due gravi perché sono state disattese le indicazioni del designatore di evitare i cosiddetti rigorini. Quindi: o il designatore non viene ascoltato nonostante punizioni esemplari date a chi sbaglia (quanti turni di stop…) o qualcuno non si adegua oppure non è proponibile a certi livelli e allora non va fermato, va escluso. E tornano alla mente le parole, all’epoca stigmatizzate, di Andreazzoli dopo Fiorentina-Empoli: “L’arbitro cambi mestiere”.

proteste

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Siamo il campionato più ricco di proteste al mondo. Dopo ogni decisione presa, insopportabili capannelli di giocatori urlanti non permettono all’arbitro di ascoltare il varista all’auricolare. Le panchine scattano come molle anche per un fallo laterale. E tanti tecnici nascondono dietro agli arbitraggi partite mal giocate. Ma quando gli errori diventano incomprensibili le proteste di chi, da Gasperini a Mourinho a Mihajlovic, si sente defraudato trovano comprensione e nuova forza. Capita poi pure la beffa che dopo aver subito un torto evidente, basta una parola in campo per ricevere un rosso o una protesta nel sottopassaggio di un dirigente per ricevere una multa salata. In base al referto dello stesso arbitro poi fermato due-tre turni per i danni commessi.

finale e ripartenza

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Scudetto, Europa, salvezza: tutto è ancora aperto. Incrociamo le dita. Poi il prossimo anno si dovrà cambiare. A livello organizzativo, di comunicazione e di gruppi di lavoro. Formare coppie fisse di arbitri e varisti è una idea. La possibilità di avere arbitri stranieri una antica provocazione sempre meno tale: se prendiamo giocatori da ogni lato del mondo perché non arbitri? Di certo, un’altra stagione così non è accettabile.

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