“Dima il predestinato”: dal cemento a big del Verona. E il c.t. Mancini osserva…

Contro il Parma altra prestazione importante. Federico Dimarco è esploso dopo tanta gavetta. Ma da piccolo già stupiva tutti: “In una partita ci chiesero di sostituirlo…”

“Dima prendi il pallone e andiamo”. In giro per Milano ogni posto era buono per giocare. Una porta improvvisata e partiva la sfida: “Contro gli altri bambini vincevamo sempre noi. Non ci fermava nessuno, dribblavamo tutti come birilli”. Gol e ricordi a Porta Romana, nel campetto di cemento davanti l’ortofrutta di famiglia. Federico Dimarco è cresciuto lì. Sognando San Siro e aiutando papà Gianni a ordinare frutta e verdura sugli scaffali. “Aveva la testa sulle spalle. Vinceva trofei, riceveva complimenti ma non si esaltava. Faceva parlare il campo”. Oggi stupisce in A col Verona. Andrea Carini lo conosce bene. Amici d’infazia: lui centrocampista, Federico attaccante. Cresciuti con gli stessi obiettivi: “Prima di arrivare all’Inter abbiamo segnato quasi 200 gol in due. Giocavamo con i ’92 e avevamo cinque anni in meno. Lui correva, io la buttavo dentro”. Nel quartiere non si parlava di altro. Due settimane di allenamenti all’ASD Calvairate e gli osservatori nerazzurri erano già a bordocampo. Stop di petto, controllo orientato e tiro al volo. Così Andrea ha superato il provino. Federico per non sfigurare parte dalla sua area, scarta tutti e fa gol. “Questi da dove arrivano? Devono giocare con noi”. I più forti mai passati da quelle parti, presi subito. L’Inter era l’occasione giusta per svoltare.

Dalla strada all’Inter

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“Ci allenavamo tutti i giorni al centro sportivo. Avanti e indietro da Calvairate, ma eravamo felici”. Ad Andrea e Federico bastava un pallone per sorridere. Anche se in strada si divertivano di più: “Che sfide alla Rotonda della Besana. Quando arrivavamo io e Dima tutti volevano essere in squadra con noi”. Chi li seguiva da vicino in quegli anni assicura di non aver mai visto bambini così forti. In una partita i dirigenti avversari chiesero di richiamarli in panchina perché avevano segnato 5 gol in due minuti. Imprendibili. E avevano poco meno di 10 anni. “Anche a casa giocavamo con il pallone di spugna, altro che playstation”. Idee chiare, tra poster di Dani Alves e foto di Roberto Carlos in cameretta.

Il sogno

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Da attaccante a terzino. All’Inter decisero di arretrare la posizione a Dimarco. Per esaltare le sue caratteristiche, velocità e precisione nei cross: “In una tournée europea affrontammo Bayern Monaco, Barcellona, Chelsea. Federico vinse il premio di miglior giocatore”. Predestinato. Il club mandava spesso tutto il gruppo a San Siro: “Facevamo i raccattapalle ed entravamo in campo coi giocatori. Guardavo sempre Sneijder, lui Maicon. Prima di ogni partita giocavamo con lo stadio pieno di tifosi. Emozioni uniche”.

Strade divise

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Inseparabili fin da bambini. In campo davano spettacolo. Premesse di una carriera importante insieme. Poi un brutto incidente stradale ha costretto Andrea a non giocare per due anni. Alla ripresa non era più decisivo, lasciare il calcio la scelta più saggia. Oggi fa il magazziniere e tifa l’amico di sempre. Fortunato a sfruttare bene la sua occasione: esordio in prima squadra a 17 anni con Mancini. Prestiti e gavetta in giro per l’Italia tra Ascoli, Empoli e Parma. Anche in Svizzera al Sion. Con Juric al Verona è finalmente esploso: in questa stagione 3 gol, 5 assist e prestazioni da sette in pagella. Ora sogna la Nazionale, il c.t. osserva da lontano. Intanto Federico corre come un treno sulla fascia, col sinistro inventa e segna reti da favola. L’ha imparato con Andrea nel campetto di cemento a Porta Romana. Quando per tutti era solo Dima.

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