Diego Lopez e la pausa nazionali: “Un casino! Rovinano lo spettacolo”

Così l’uruguaiano: “Chi paga è la società, e ovviamente i giocatori. Tornano e non sono al cento per cento, sono stanchi. Speriamo si risolva”

Marco Astori

14 ottobre

Intervenuto ai microfoni del Corriere dello Sport, Diego Lopez, ex calciatore uruguaiano oggi allenatore, ha parlato così dei continui viaggi in Sudamerica per giocare con le nazionali: «Quando sei giovane lo fai, hai voglia, e per un uruguagio significa tanto: lasci ogni cosa per andare a vestire la maglia della tua nazionale. Ma con gli anni la vedi in un altro modo. Dici: mi paga il club. Quando è arrivato Tabarez, io ho fatto una scelta. Avevo poco più di trent’anni e mi sono detto basta, in nazionale non ci vado più».

Troppo stress?

«Non facevo bene, non reggevo. Forse mi sono perso il mondiale nel 2010. Quando arrivò il Maestro, nel 2006, io avevo già in testa di lasciare. Giocavi, poi andavi a Roma, volo per Madrid, da lì a Buenos Aires o Montevideo, partita, ritorno. Guardate che non è facile».

La pandemia ha intensificato tutto. I sudamericani giocano tre partite in meno di una settimana.

«E così diventa tutto ancora più difficile. Chi paga è la società, e ovviamente i giocatori. Tornano e non sono al cento per cento, sono stanchi. Speriamo si risolva, almeno con due partite è più gestibile».

I viaggi dei giocatori impattano anche sullo spettacolo? Questa settimana ci sono Lazio-Inter e Juve-Roma.

«Secondo me sì, anche perché i giocatori sono persone, sono umani. Magari nel primo tempo uno regge, gioca in un certo modo, ma nel secondo si fa sentire la stanchezza e ne risente tutto».

La scelta le ha allungato la carriera?

«Penso di sì. Conoscevo il mio fisico. Non era la prima volta che tornavo infortunato. Io ero grande. Ma la nazionale è il massimo, uno a vent’anni non ci vuole rinunciare».

Quanto impatta per un giocatore sudamericano andare in nazionale?

«Molto, lì sono sempre partite intense. E poi ce n’è per tutti i gusti. A me è capitato di andare a giocare contro la Colombia a Barranquilla alle 2 del pomeriggio. Lì al mattino piove, alle 12 c’è il sole. Bene, pensi. Invece l’umidità arriva al centocinquanta per cento. Anziché due chili ne perdi quattro. O vai a giocare contro la Bolivia, a 4.000 metri: fai uno scatto e sei cotto. O in Ecuador a 2.800».

Viaggiava con gli altri sudamericani dei club di A?

«Montero, Recoba e tanti altri. Almeyda, Zanetti, Batistuta. Spesso andavamo in Argentina, io facevo scalo a Buenos Aires per andare in Uruguay. Oggi ci sono tantissimi voli diretti, ma qualche anno fa no. E anche quello incide. Ci incontravamo in aeroporto, partivamo tutti insieme. In volo stavamo insieme e cercavamo di dormire. Al ritorno pure. In aeroporto si stava lì, si parlava un po’ della partita, poi in volo si cercava di riposare».

Esiste una soluzione per limitare tutto?

«Non lo so. Di sicuro è impossibile che si possano fare i Mondiali ogni due anni. Perché non c’è solo quello: le qualificazioni dove le lasci? Non si può arrivare a un accordo con il club, sono i club che pagano e vogliono avere i giocatori».

E per un allenatore che problema è?

«Un casino. Si leggono cose tipo: l’allenatore ha due settimane per preparare la squadra. Due settimane? Sì. Ma con cinque, sei titolari quando va bene. Anche a Brescia mi è capitato di lasciare fuori dei ragazzi perché rientravano il venerdì sera. Magari venivano in ritiro, ma poi devi vedere come stanno, e farli giocare è complicato».

I compagni europei avvertono questa cosa. Diventa un problema?

«Questo no, i giocatori sono professionisti. Chi resta e chi va. Un calciatore sa che a volte è meglio non giocare perché non è in condizione. Nutre rispetto per chi si è allenato due settimane. Ma la gestione non è facile».

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