Demetrio Albertini esclusivo: “Quella volta che feci una scommessa con Berlusconi e Schevchenko”

ROMA – Quattordici anni a tinte rossonere sono tanti. Tantissimi. Se poi li hai vissuti abbracciando tutti gli anni ’90, quelli del Milan degli Invincibili, quello dei trionfi in Italia e in Europa, quello dei Sacchi e dei Capello, degli Ancelotti, dei Van Basten, Gullit, Baresi, Maldini, Weah, Savicevic, Boban. Beh, allora ti sei divertito. Ed entrare nella storia è stato un attimo. Demetrio Albertini a Casa Milan ci ha abitato da protagonista per stagioni indimenticabili, di quelle che hanno fatto la storia del calcio. Accanto a lui ha visto passare fenomeni assoluti che un solco l’hanno lasciato per l’eternità. E lui stesso fa parte di questa categoria, quella degli Immortali, quelli che il Diavolo ha veramente terrorizzato ogni avversario che si trovava di fronte.

La missione più difficile però l’ha lasciata per oggi, giorno in cui nelle librerie esce un volume che tutti i tifosi rossoneri o del calcio in generale dovrebbero possedere: “Ti racconto i campioni del Milan”, edito da Gribaudo. Che vuoi che siano tre Champions League e cinque scudetti vinti in campo quando ti ritrovi a dover selezionare solo 50 giocatori tra le Leggende che hanno abitato a Casa Milan. Una missione alla Tom Cruise. Di quelle impossibili. “E’ stata dura, sono sincero”, ci ha raccontato Demetrio, collegato su Skype perché in tempi di pandemia muoversi è diventato quasi un lusso. “Il libro l’ho voluto scrivere immaginandomi il papà che da milanista che ha vissuto l’era dorata rossonera trasferisce la fede al figlio prendendo spunto dai tanti aneddoti che sono presenti nel volume”.

Intervista esclusiva a Demetrio Albertini: “Vi racconto il mio Grande Milan”

E allora partiamo proprio dalle tante curiosità che sono raccontate in modo davvero divertente.

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C’è Mourinho che prima di un Milan-Real Madrid confessa: “Loro possono giocare con tutti gli attaccanti che vogliono, basta che non ci sia Inzaghi…”. Se lo dice lo Special One, c’è da credergli…

Pippo viveva per il gol, non era lui che cercava la palla ma era la palla che lo trovava sempre. Mai visto un bomber con il suo senso della posizione.

Racconti la passione di Leonardo per il risotto alla milanese e dei tuoi torelli con Pirlo che mandavano al manicomio Gattuso. E poi forse l’immagine più emblematica della superiorità del Milan di quegli anni che nel ’92 si poteva permettere di comprare il Pallone d’Oro Papin e di tenerlo in panchina…

Nello spogliatoio a quei tempi parlavamo sempre di cosa avremmo fatto una volta smesso di giocare e l’idea della maggioranza era quella di fare il team manager. Io invece volevo fare l’osservatore del Milan perché sarebbe stato un gioco da ragazzi. Andavo a vedere una partita, segnalavo il giocatore migliore e Berlusconi lo avrebbe comprato ad occhi chiusi. Di fatto sarebbe stato impossibile sbagliare. La verità è che nell’anno di Papin noi avevamo i tre olandesi, Savicevic e Boban che era il miglior giovane in circolazione. E potevano giocare solo tre stranieri…

A proposito di Savicevic, c’è anche lui ovviamente in lista. Un campione assoluto “che quando gli andava giocavi in 12 e quando non era in giornata di ritrovavi in 10”, scrivi nel libro.

Un genio assoluto le cui prestazioni era influenzate anche dal meteo. Una volta eravamo a Udine e al Friuli di allora una parte del campo era all’ombra, l’altra fascia al sole. Nel primo tempo Dejan non giocò nel lato ‘sfortunato’ e non toccò palla. Nella ripresa Capello lo tolse dopo cinque minuti e lui disse contrariato: “Ha fatto male a togliermi, ora avrei giocato al fresco…”.

Fra le 50 leggende non ci sono solo calciatori ma anche dirigenti, allenatori e Silvio Berlusconi, l’artefice di tutti i trionfi milanisti.

Prima del suo arrivo giocavamo con le maglie rovesciate pur di non buttarle nonostante i cambi di sponsor. Poi con lui arrivarono l’intero corredo sportivo, una divisa borghese ufficiale e mi ritrovai in doppiopetto elegantissimo a 16 anni. Un segnale chiaro di cambiamento. Con lui eri sempre a tuo agio. Mi ricordo una sua frase: “Non porti mai dei limiti perché se lo fai non saprai mai cosa c’è più in su di quelli”. Il suo motto è vincere convincendo e i ventinove trofei conquistati in ventiquattro anni dicono che ha avuto ragione lui.

Al presidente ti lega anche un aneddoto divertentissimo che ha come protagonisti Shevchenko e Costacurta.

Proposi a Silvio: “Se Sheva fa 25 gol in campionato ci regali una vacanza nella tua villa da sogno in Costa Smeralda”. Lui ci pensa e poi dà l’ok. All’ultima giornata Andrij è a 23 gol. Affrontiamo l’Udinese che non ha nulla più da chiedere alla stagione. Nel primo tempo Sheva segna su rigore. Ne manca uno. Al 93’ se ne va via in una delle sue tipiche azioni da fenomeno ma il portiere gli devia una conclusione precisa in angolo. Non centriamo l’obiettivo per un gol. Silvio però alla fine ce l’abbona e ci passa le chiavi della villa. Peccato che io in quell’anno avevo l’Europeo e quindi nonostante avessi portato avanti io le trattative, alla fine fui l’unico a non godermi quella vacanza…

C’è spazio anche per Galliani, il dirigente che accompagnò la tua uscita dal Milan per alcuni dissapori con Ancelotti…

Acqua passata. Adriano è stato un dirigente straordinario. Quando parlava lui sentivi la voce del Milan. I piccoli screzi avuti con lui e con Carlo non possono cancellare tutti i momenti straordinari passati assieme.

Fra le tante leggende passate per Casa Milan, chi ti ha impressionato di più a vederlo giocare in campo?

Ti faccio un nome anche se è difficile. Van Basten. Faceva dei numeri impossibili da replicare. Era il Cristiano Ronaldo dell’epoca. Io ero giovane e imparai tante cose soltanto guardandolo durante gli allenamenti.

Con Sacchi e Capello hai vinto le tre Champions che sfoggi nel tuo ricchissimo curriculum. Quale ti è rimasta dentro?

Quella che vinsi da protagonista in campo nel ‘94 annullando Guardiola. ‘Annullando’ in senso buono, si intende. Coronai un altro mio sogno, quello di farmi immortalare mentre alzo la Coppa dei Campioni.

Un altro? Perché quale altro sogno hai realizzato?

Sì, quello di apparire nella collezione di figurine Panini. C’è chi insegue i miliardi, io volevo finire dentro quell’album.

Dei tuoi ex compagni che citi nel libro tanti sono rimasti nel calcio come dirigenti o allenatori: Gattuso e Inzaghi stanno facendo cose egregie in panchina.

Me lo aspettavo. Rino e Pippo hanno un carattere e una personalità incredibile. Stanno facendo grandi carriere.

Il Maestro Pirlo invece ha fatto subito il grande salto alla Juve senza passare per la gavetta.

Ma c’era da aspettarselo, dai. Mi sorprende più una stagione negativa di una leggenda come Ancelotti piuttosto che Pirlo in difficoltà. Sono passaggi inevitabili.

Dei 50 ritratti ce n’è uno, uno degli ultimi, che sta ancora incantando in campo: Ibrahimovic. Con lui il Milan sogna di tornare a vincere in Italia.

Ha una personalità fuori dal comune ed è così forte che accentra su di se tutte le attenzioni delle difese avversarie lasciando spazi giocabili ai compagni di reparto. Ibra è una macchina perfetta. Non mi sorprende vederlo ancora al top, oggi la carriera dei giocatori si è allungata di molto.

Però il calcio è cambiato. Una volta si giocava per strada, oggi si sta in casa a giocare ai videogame. Una volta nello spogliatoio ci si confrontava dopo una partita, adesso tutti sono persi davanti al cellulare e sui social. Viene quasi il dubbio che il calcio sia meno ‘maestro di vita’ rispetto al passato. Che ne pensi?

Che è un problema da affrontare. I tempi cambiano ed è inutile provare a chiedere ai giovani calciatori di oggi di fare una partita a flipper o a carte. Serve però attenzione a non abusare di questi mezzi. Ecco, l’abuso non è mai una cosa positiva. A meno che non si tratti di vittorie.

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