Da quando Baggio non gioca più: ci manchi tanto, da 20 anni

Da quando Baggio non gioca più, non solo non è più domenica, ma sono già passati anche vent’anni. Il 16 maggio del 2004 a San Siro era tutto apparecchiato, sembrava fatto apposta. Milan-Brescia. Un match senza più ansie di classifica: rossoneri già campioni d’Italia, biancoazzurri già salvi. Tifoserie gemellate. E Roby amatissimo, da una curva come dall’altra. Aveva deciso a dicembre, che a fine stagione avrebbe detto basta. Lo confessò proprio a chi scrive questo articolo, in un’intervista per l’emittente Teletutto, che ancora è reperibile su Youtube. «Non ce la faccio più, i dolori sono troppi, ogni giorno quando mi alzo dal letto e li avverto forti e insistenti. È stato bellissimo, ma a fine campionato smetterò con il calcio giocato».

La cura Mazzone e l’ultimo goal in Serie A: la storia di Roberto Baggio

Era riuscito comunque ad arrivare fino a 37 anni, un miracolo considerando la serie di gravi infortuni alle ginocchia. Ad allungargli la carriera furono proprio quei quattro anni a Brescia, in una piazza tranquilla, che lo coccolava senza assillarlo, con un allenatore come Carlo Mazzone che lo mise nelle migliori condizioni per rendere al meglio per tre campionati, idem Gianni De Biasi che arrivò dopo il Sor Carletto e traghettò Baggio nella sua ultima annata. Tabelle di lavoro individuali, un preparatore personale (Enrique Miguel, nativo di quell’Argentina che Roberto ha sempre adorato e dove da anni va a praticare la sua seconda grande passione dopo il calcio, la caccia), una casa a pochi chilometri dai campi di allenamento di Erbusco e Ospitaletto, ma anche e soprattutto la possibilità di tornare nel suo domicilio vicentino quando ne sentiva il bisogno, in poco più di un’ora di autostrada. Prima di chiudere a San Siro, contro quel Milan in cui aveva giocato per due anni, la settimana precedente Robibaggio aveva segnato il suo ultimo gol (punizione a scavalcare la barriera come adorava fare) nella vittoria del Brescia per 2-1 sulla Lazio, un ko che costò la qualificazione in Champions League ai capitolini allenati da Roberto Mancini. La grande festa in realtà fu in quel momento: il capitano delle Rondinelle aveva fatto anche preparare delle magliette personalizzate da distribuire a parenti e amici, per cristallizzare il suo ultimo atto da calciatore agonista. T-shirt che i collezionisti ancora si contendono tramite le contrattazioni sui siti specializzati. Pur riuscendo a giocare solo 26 partite, in quella serie A 2003-2004 Baggio segnò comunque la bellezza di 12 gol. Quasi uno ogni due match. Impressionante per uno che giocava praticamente su una gamba sola e a volte nemmeno su quella. Prima di ogni allenamento doveva sottoporsi a lunghe sedute di postura, altrimenti non sarebbe riuscito nemmeno a fare il torello. Giocò tutta la partita in quel Brescia-Lazio 2-1 del 9 maggio 2004, ma al fischio finale di Racalbuto i 15.000 del Rigamonti si alzarono tutti in piedi per riconoscere il doveroso tributo al grande campione ed essere, a loro volta, facenti parte di un momento epico.

L’addio al calcio tra le lacrime di San Siro

La settimana dopo a San Siro fu una festa, una sorta di amichevole agonistica celebrativa. Finì 4-2 per il Milan. La squadra allenata da Carlo Ancelotti andò sul 2-0 con i gol di Thomasson e Shevchenko, accorciò Matuzalem, di nuovo Thomasson poi Rui Costa e infine ancora Matuzalem. Ma il minuto da brividi fu il numero 84: De Biasi richiama, come da protocollo, il suo 10 e inserisce Beppe Colucci. Stadio sold out per celebrare il 17° scudetto del Diavolo, ma anche per applaudire ancora una volta uno dei giocatori più amati di sempre in tutto il mondo. Arrivarono in migliaia anche da Brescia. Quando lo speaker annunciò “nel Brescia esce Baggio ed entra Colucci”, non c’era una sola persona seduta. Tutti in piedi, tutti a spellarsi le mani. E lacrime un po’ ovunque: sulle tribune come in campo. Roberto per prima cosa si tolse quella fascia da capitano fabbricata appositamente per ricalcare i colori della setta Soka Gakay, l’ente di religione buddista, una filosofia che cambiò la vita di Baggio e che ancora oggi lo accompagna nel suo buen ritiro sulle colline vicentine dove fa… l’agricoltore e gira in Panda. Il primo ad andare ad abbracciarlo fu il capitano di quel Milan, Paolo Maldini, che cinque anni dopo avrebbe vissuto lo stesso crepuscolo. Quel 16 maggio 2004 finì per sempre la carriera di Roberto Baggio, iniziò la sua leggenda.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Precedente Cagni: "Italiano via dalla Fiorentina, è pronto per qualsiasi panchina" Successivo Allegri, il miglior modo per dire addio

Lascia un commento