Da Barella a Zaniolo: i nostri grandi club non puntano sui talenti italiani

La crisi economica nel calcio rende ancora più urgente lo sfruttamento dei settori giovanili. In Spagna invece il Barcellona è assediato dai debiti eppure ha trovato la forza di lanciare i baby Gavi e Pedri

Per i grandi club, con l’aria che tira soprattutto in Italia, non è facile investire sui giovani. Prendere da piccoli quelli giusti, tirarli su con buoni maestri, crederci, lanciarli e difenderli poi: è complicato. La questione riguarda scelte strategiche, convenienze economiche di breve periodo, statura e competenza dei dirigenti, visioni che tengano conto della storia e dell’appartenenza. Le interminabili ondate di precarietà, incertezza ed emergenza sono un virus che lavora sulle fondamenta e finisce col premiare la casualità delle scelte, spinte dall’improvvisazione. Il rischio di far crescere piccoli o grandi campioni che poi ti lasciano – pacificamente – a costo zero è aumentato. Il caso di Donnarumma, con l’addio al Milan, non è ancora spento; il divorzio di Vlahovic dalla Fiorentina ci aspetta dietro l’angolo. In precedenza, aveva colpito la vicenda di Pogba che il Manchester United ha pagato più di cento milioni per riaverlo dopo che era finito gratis alla Juve.

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