Ci tocca dar ragione agli agenti

Avevano ragione gli agenti quando si lamentavano del totale disinteresse di Uefa e Fifa nei confronti del funzionamento del sistema calcio, evidentemente pessimo. Sarà anche impopolare ammetterlo eppure è così. Sono stati loro, i “maledetti” procuratori, i primi a portare le istituzioni europee e mondiali in tribunale – e a vincere ovunque – contestando l’assenza di una corretta interlocuzione (preventiva) con gli stakeholder, ossia i soggetti coinvolti nell’attività. 

Curiosamente, ma non troppo, è la stessa accusa che adesso muovono i sindacati dei calciatori, qualche allenatore (Klopp, Mourinho) e, per ultime, le leghe, pronte a rivolgersi alla Corte europea per vedersi riconosciuto il diritto alla “partecipazione” – attendono solo la fine dell’Europeo per promuovere l’azione giudiziaria.

Non abbiamo mai voluto dare troppo credito agli agenti. Nemmeno quando hanno denunciato (continuano a farlo) la mancanza di controllo sui trasferimenti e il dilagare di comportamenti illeciti da parte di molti (loro) colleghi; comportamenti che hanno reso abituali pratiche vietate dal regolamento e nocive per l’intero sistema, ma possibili proprio per la colpevole indifferenza di chi dovrebbe avere come primo dovere il rispetto delle norme esistenti. Ma, si sa, questo tipo di attività – il controllo – non garantisce voti, né rielezioni. La moltiplicazione degli eventi, invece, produce ricavi economici e politici.

Se il calcio perde appeal, se soprattutto i giovani si allontanano dallo sport più popolare del pianeta e se la qualità dello spettacolo è sempre più bassa, la responsabilità è in primis di chi lo governa autorizzando storture e malaffare.
I calciatori e, di riflesso, chi li rappresenta (parlo degli agenti buoni, i cattivi si riconoscono a vista) dovrebbero essere i primi a essere ascoltati e eventualmente coinvolti nella programmazione degli impegni. 

L’“abuso di posizione dominante” in un settore “industriale” e sociale così importante non è tollerabile. Per la verità non lo è ovunque. Parafrasando Kristol, il potere genera responsabilità. Schivare o declinare queste responsabilità è una forma di abuso di potere.


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