Champions con biglietto di solo ritorno: quando l’andata diventa una maledizione

Da quattro anni la Juventus non si fa trovare pronta per la fase a eliminazione e sbaglia la prima partita. I problemi di approccio non ci furono nei due anni in cui la squadra arrivò in finale

La partita del Do Dragao è stata la fedele dimostrazione del manuale “Come non entrare in campo”: una rete subita dopo un minuto, l’altra meno di 20 secondi dopo l’inizio della ripresa. L’approccio iniziale dei giocatori bianconeri è stato punito senza pietà dal Porto, che ne ha basato il successo e il resto del match. Se però ci si volta e si dà uno sguardo al recente passato, si nota come l’approccio alle partite di andata sia ormai un evidente tallone d’Achille della Juventus degli ultimi anni. Di più: arrivano le partite a eliminazione diretta e non si fa trovare pronta. L’ultima volta che aveva vinto l’andata degli ottavi era proprio contro il Porto nel 2017. Poi un pari casalingo con 2 gol subiti, con il Tottenham, e tre sconfitte di fila nella prima sfida del doppio turno dell’inizio del tabellone di Champions: Atletico Madrid, Lione e Porto.

BIGLIETTO DI RITORNO

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Lo stesso Giorgio Chiellini in conferenza aveva avvisato i compagni di squadra, ricordando le brutte prestazioni di Lione e Madrid delle ultime due stagioni: “Sono convinto che stavolta faremo una partita diversa”. Niente da fare, la Juventus ci è cascata di nuovo con Andrea Pirlo, così come era accaduto con Maurizio Sarri in Francia e con Massimiliano Allegri in casa dell’Atlético. Di più, si tratta addirittura del sesto turno di eliminazione diretta in Champions in cui i bianconeri non riescono a vincere il match d’andata: ai tre ottavi persi si aggiungono infatti – andando a ritroso – l’1-1 di Amsterdam ai quarti di finale contro l’Ajax nel 2019, il secco 0-3 dello Stadium per mano del Real Madrid nel 2018 (sempre ai quarti) e il 2-2 casalingo agli ottavi contro il Tottenham proprio in quella stessa edizione.

Obiettivo Europa

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Sembra sempre più un problema di mentalità, con un discorso che già è stato intrapreso molte volte accostando la Juventus alla Champions League. Le tre sconfitte consecutive hanno un filo conduttore, come l’impostazione tattica non esattamente efficace degli allenatori bianconeri nei match in questione e soprattutto la sensazione di impotenza nei poco convinti – e poco energici – tentativi di raddrizzare una gara storta. Tutte le volte dall’altra parte del campo c’erano avversari molto ben organizzati, i più difficili da rimontare. E, in tutti e tre i casi, alla vigilia i bianconeri erano dati per favoriti: non sembra portare bene. Con andate turbolente, i ritorni sono molto più impegnativi: rimontare un risultato negativo non sempre riesce e, in secondo luogo, costa molte energie fisiche e mentali, non semplicissime da ritrovare già al turno successivo.

MODUS OPERANDI

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Non è obbligatorio vincere i match d’andata per superare il turno e la stessa Juventus lo ha dimostrato sia contro l’Atlético Madrid che dopo il pareggio contro il Tottenham. Ma è il modo che i bianconeri conoscono per arrivare fino in fondo. Nelle due finali raggiunte nel 2015 e nel 2017 con Allegri, infatti, i campioni d’Italia avevano vinto tutte le partite di andata a eliminazione diretta in entrambi gli anni. Borussia Dortmund, Monaco e Real Madrid nel primo caso, Porto, Barcellona e gli stessi monegaschi nel secondo. Come se sin dall’inizio il gruppo fosse più concentrato, meno timoroso e più “pronto” ad avanzare nella competizione: una questione di mentalità che sta frenando le ambizioni europee della Juve. Da ribaltare nella partita di ritorno, per ricostruire la strada verso la finale di Champions che manca da quattro anni.

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