Caso Acerbi, non tutto si cancella con un ‘ma’

Tutti al posto di combattimento, dentro le due trincee: i forcaioli che raccontano Acerbi come un brutto ceffo, non dimentichiamoci la volta del dito medio alla curva della Roma, di là i garantisti che ricordano come Acerbi sia un gran bravo ragazzo, sempre pronto ad impegnarsi nel sociale, senza trascurare la volta del tumore. Peccato che il tema non sia Acerbi, se sia buono o cattivo. Il puro e semplice problema è che gli addebitano una colpa pesante, casualmente vietatissima dai regolamenti, proprio i regolamenti pretesi a furor di popolo per mettere fuori dagli stadi quella brutta roba chiamata razzismo. Capolavoro, come scelta di tempo: nella domenica idealista della campagna contro il razzismo, lui non ritiene di insultare Juan Jesus dicendogli stupidino e sciocchino, ma negro. Fatalità, quello non è per niente bianco.

Le regole prevedono squalifiche pesanti

Siccome la lotta al razzismo non la vogliamo soltanto noi tutti qui fuori, ma stando a quel che dicono la vogliono per primi i giocatori, le società, i dirigenti, ce ne sarebbe abbastanza per chiudere piuttosto in fretta la penosa vicenda: se è vero che Acerbi ha insultato a quel modo, le regole prevedono squalifiche pesanti (anche dieci giornate). Senza se e senza ma. Invece, secondo gloriosa tradizione nazionale, è proprio al “ma” che noi passiamo subito, imboccandolo come la prima uscita buona dalla tangenziale. Tra gli altri, nell’ordine. Il procuratore di Acerbi ci fa sapere che sarà anche successo qualcosa, ma il suo assistito non ha detto quella parola: diamola per buona, spiegasse lo stesso procuratore perché e per cosa il suo assistito allora abbia chiesto scusa, perché ha parcheggiato male? A seguire il presidente dell’Assocalciatori, Umberto Calcagno: «La lotta al razzismo è sacrosanta, ma dobbiamo cercare di non strumentalizzare certi episodi: Acerbi tra l’altro è un ragazzo sereno che si è subito scusato… Non voglio banalizzare l’accaduto, ma le parole di Juan Jesus nel dopogara sono significative». Ma, ma, ma.

Non è una questione tra Acerbi e Juan Jesus

E riportiamole subito, le parole della vittima Juan Jesus, più o meno queste: Acerbi mi ha detto negro, ma ha chiesto scusa, dunque finiamola lì, sono cose di campo e lì devono restare. Non è esatto, Juan Jesus: se può bastare a te questa soluzione, non basta più al nuovo codice civile che in qualche modo, a fatica, con troppi ritardi, lo sport s’è dato. Se Acerbi ti dà del negro, se è vero che Acerbi ti ha dato del negro, non è una questione tra voi, da regolare nei corridoi: è una gravissima questione che abbiamo tutti scelto di condividere, stabilendo norme e pene molto dure, piaccia o non piaccia la mano pesante. Invece. Ogni volta montiamo la fiera dell’ipocrisia. Premessa a gettone – il razzismo va combattuto duramente -, poi via con il catartico ma, che ripulisce tutto, ma è un bravo ragazzo, ma ha combattuto contro il tumore, ma è la tensione del momento, ma sono cose di campo, ma ha chiesto scusa, ma in fondo non ha ucciso nessuno. Gira e rigira, c’è sempre un ma tra noi e un mondo decente. Con quel ma, paracadute e foglia di fico, ne usciamo ogni volta peggiori di prima. D’altra parte, siamo sempre quelli che si segnano entrando in campo, per poi giocare intensi bestemmiando come satanassi.

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