Caro De Rossi, il gioco è finito

Il gioco è finito. Perlomeno si interrompe qui. Nel vento di Lecce, dove la Roma si perde, rotola, si accartoccia, si ritrova illesa più o meno miracolosamente alla fine di un’ordalia persino prevedibile, annunciata da segni premonitori come le migliori apocalissi. Qui non si tratta del capolinea del mondo, ma di sicuro d’ora in poi il campionato della Roma sarà differente, dovrà esserlo. Mentre quello del Lecce, che continua a divertirsi, a divertire e a sprecare sé stesso, tutto sommato va anche bene così. È che a un certo punto la fortuna finisce, la discesa anche e bisogna riprendere a pedalare con gran pianto e stridore di denti. Alla Roma che andava come un treno cominceranno tra poco a sfilare davanti al finestrino Lazio e poi, dopo l’Udinese in trasferta, Bologna, Napoli, Juventus, Atalanta, senza contare i due confronti di Europa League con il Milan. D’accordo, aprile è il mese più crudele, potrebbe essere terra desolata, ma neppure maggio sorride se non di traverso e sinistramente.

Sono poche e quasi tagliate sino al midollo le sicurezze di questa Roma, strizzate e sgocciolanti, fragili, qualcuna in estinzione, scoperte di fronte a ogni vento e sensibili al cambiamento climatico. Non è per cesaronismo postpasquale che De Rossi scende a Lecce – per affrontare una squadra sveglia e aggressiva dalla testa ai piedi, da Piccoli a Falcone, e decisamente ben rifinita dalla guida tecnica – risparmiando qua e là in vista del derby, bensì per consapevolezza dei limiti e sensibilità calcistica. Ha l’occhio lungo e le orecchie da coniglio mannaro. Sente gli scricchiolii fisici nei punti di equilibrio ben prima che Cristante, in tutta la sua montagnosità apparentemente inattaccabile, si volti a dirgli che o qualcuno lo aiuta a tappare le falle dello scafo o lui finirà per annegare nel suo stesso acido lattico.

Sin qui la Roma si è lasciata accarezzare dall’insolita gentilezza del calendario, che le ha lasciato il tempo di adattarsi alla riforma istituzionale in panchina e l’agio di conservare il meglio di sé per l’Europa League. Oltre naturalmente a consentirle di tenere il passo del gruppone all’inseguimento della Champions. Non si può pretendere di più dalla sorte né indurre ulteriormente in tentazione il cielo. Adesso che il gioco è finito, bisogna recuperare il gioco. In questo doppio senso sta il destino prossimo venturo di De Rossi. Che ha persino provato a maneggiare la partita come se la Roma fosse una squadra di primo livello: tenendo a bada i tassi di adrenalina nel primo tempo, tentando di approfittare del calo di ritmo del Lecce nel secondo. Ma la sua formazione non è abbastanza matura né abbastanza grande per cambiare passo in misura decente. E poi la sofferenza mostrata a centrocampo e in difesa non sono un buon viatico per il calvario che l’attende nelle prossime settimane.

Leao non esiterà come Piccoli, Koopmeiners non sbaglierà come Dorgu. La Roma è quella che sappiamo e semmai aveva stupito la sua versione allegra e piacevole, estroversa e intraprendente delle uscite europee e delle prime esperienze con De Rossi. Non le primissime: diciamo dalla sconfitta persino brillante subita con l’Inter. In seguito Paredes è tornato faro intermittente, Lukaku ha cominciato a non esprimere più neppure la potenza che lo rende unico e insostituibile nell’ambito del nostro campionato, Angeliño intorno al quale in giro si erano ascoltati racconti di visioni salvifiche è rimasto l’uomo di un cross ben riuscito, Baldanzi promette di continuo cose che non riesce a mantenere. Eccetera eccetera. Soltanto Svilar, a dirla tutta, prosegue nella sua trasfigurazione, un autentico dono del cielo per la Roma. Del resto è noto che questa squadra avrà bisogno di cambiamenti profondi in estate, ammesso che possa permetterseli. Intanto però il treno ha perso slancio, proprio adesso che arriva lo scambio.


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