Capello: "Vi spiego dove l'Inter ha vinto lo scudetto". E sulla Juve…

Abbiamo meno qualità, ed è un fatto: chiarisci però il discorso sulla semplicità?
«Com’era quella frase di Confucio?».

«La vita è molto semplice, ma noi insistiamo col renderla complicata».
«Proprio quella. Il calcio è come la vita. Ai miei giocatori ripetevo spesso: chi è il più grande calciatore di sempre? Pelé. Bene, quando era a centrocampo Pelé giocava sempre a un tocco, ma non appena entrava nell’area avversaria i tocchi diventavano due, tre, un dribbling, due e gol. La semplicità è la base di tutto, anche nell’arte, le cose più complicate, i capolavori riescono solo se la partenza è la semplicità. Indro Montanelli scriveva in un italiano semplice e arrivava a tutti. Oggi vedo tanti allenatori che fanno l’impossibile per complicarsi l’esistenza. Possesso palla insistito e vuoto, costruzione dal basso, centrocampisti che non appena riconquistano il pallone lo giocano lateralmente oppure all’indietro. Oltre alla semplicità, abbiamo perso, rinnegandole, le nostre tradizioni, la nostra storia. Hai letto cosa ha detto Guardiola l’altro giorno?».

Ti riferisci alla frase su Cancelo?
«Quella. A Guardiola è venuta voglia di rivincere la Champions, per questo ha cambiato il modo di fare calcio soffermandosi sulla fase difensiva. Vuole che Cancelo difenda altissimo, che occupi il centrocampo, perché così ha più spazio per il recupero quando la squadra perde il pallone. I guardiolisti della seconda ora dovrebbero riflettere sull’evoluzione di Pep, sui suoi aggiornamenti».

Sei critico nei confronti dei tuoi colleghi italiani.
«Osservo e valuto. Nei quarti di Champions ci sono quattro tecnici tedeschi, Klopp, Tuchel, Terzic e Flick, quattro su otto».

Questo significa che non abbiamo più i migliori allenatori del mondo?
«Ancelotti ha vinto tanto anche all’estero, Conte al primo anno ha fatto centro, Sarri ha portato l’Europa League al Chelsea, Ranieri ha firmato il miracolo Leicester. Non è un problema di guida, ma di materiale tecnico. Di qualità. Da noi i campioni trentottenni e quarantenni fanno la differenza, il peso specifico di Ronaldo, Ibra, Ribery, Palacio, Chiellini è ancora notevole, vorrà pur dire qualcosa?».

A Coverciano stanno facendo le cose giuste?
«Bella domanda. Vuoi farmi litigare con qualcuno?»

Non mi dispiacerebbe.
«Un ex calciatore che sta frequentando il corso mi ha detto che a fare lezione sono intervenuti allenatori più di moda che di sostanza. Io sono favorevole a chi aggiunge, non a chi sottrae. Dovrebbero invitare Klopp, Mourinho, i migliori, e tornare alla tecnica di base. Ma è un discorso che meriterebbe uno sviluppo più articolato e tanto, tanto spazio in più».

Chi sono oggi i migliori tecnici italiani?
«Conte, che ha saputo fare marcia indietro, è tornato a un calcio più efficace, razionale, più suo, e si è ricreduto su alcuni giocatori. È segno di intelligenza. E si è preso lo scudetto».

Discorso chiuso?
«Aspetta. Ti dicevo di Conte, poi c’è Gasperini, l’unico con la mentalità europea. E quello dell’Udinese, Gotti, che non vuole fare il fenomeno, esprime un calcio che rispetta il materiale che gli hanno dato… Lo scudetto, Conte l’ha vinto il giorno in cui il Milan ha perso a Spezia».

Ne deduco che non credi a un ritorno della Juve.
«No».

E nemmeno in Pirlo?
«A Pirlo è mancato il percorso di formazione, s’è dovuto arrangiare da solo nei primi tre mesi. La sua è stata una full immersion pesante ma che ha affrontato consapevolmente. Ti dicevo di Gotti: al contrario di Pirlo, si è fatto le ossa come secondo di Donadoni e Sarri. L’esperienza è un valore, aiuta a ridurre il numero degli errori, favorisce l’intuizione» (…)

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