Brighton, così è nato il miracolo: il club sfrutta l’esperienza dalle scommesse

LONDRA – Le recenti imprese del Brighton hanno un nome e un cognome: il 53enne Tony Bloom, presidente del club da quindici anni a questa parte. Il nonno era stato vicepresidente del Brighton, negli anni settanta, lui non ha mai nascosto la grande passione per il club mentre, negli anni, diventava ricco nel campo delle scommesse sportive, soprattutto in Asia. Quando prese in mano la società, questa era in terza serie e in affitto al Withdean, minuscolo stadio d’atletica (con tanto di tribune provvisorie) reso celebre dal campione olimpico Steve Ovett. Due anni dopo, la promozione nella Championship. Pochi mesi più tardi l’inaugurazione del Falmer Stadium (un gioiello da 31mila posti) e nel 2017 il tanto atteso passaggio in Premier League. 
Una crescita incredibile per un club che, nei primi 116 anni di storia, aveva disputato appena quattro campionati in massima serie. Evoluzione resa possibile non solo dagli investimenti di Bloom, ma soprattutto dall’intelligenza gestionale. Già, perché il Brighton ha da anni i conti in ordine. Un po’ perché lo stadio è remunerativo e molto per le operazioni di mercato. Il club – anche grazie al lavoro analitico e statistico alle spalle, frutto dell’esperienza nel mondo delle scommesse – ha il tocco di Re Mida sul mercato. Basti pensare a Moises Caicedo (pagato 28 milioni di Euro e ceduto a 116) o Alexis Mac Allister (preso a 12,5 e ceduto a 42) o Robert Sanchez (costo zero, venduto a 28,5) o Marc Cucurella (costo: 18, venduto a 65). 
Merito dei direttori sportivi e degli osservatori? Senza dubbio, ma non solo. Il Brighton, per strada, ha perso gente come Dan Ashworth, passato al Newcastle, e Paul Winstanley, ora al Chelsea. E senza fare una piega.

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