Bravo, potente, temuto (e amato dai suoi campioni): così Mino dal nulla è diventato il re del mercato

A 15 anni era contabile in una pizzeria, a 19 fece i primi soldi vendendo un McDonald. Poi è diventato l’agente più spregiudicato del calcio mondiale: ogni anno portava a casa l’equivalente di una manovra finanziaria

Furio Zara

28 aprile – Milano

Il più potente, il più bravo, il più discusso, il più temuto – dai club – il più amato – dai suoi assistiti. Uno dei più ricchi, sicuro, il Paperon dei Paperoni del calcio 2.0 che ogni anno portava a casa l’equivalente di una manovra finanziaria.

Patrimonio stimato da Forbes nel 2020: fatturato da 84,7 milioni di dollari, giro d’affari di 847,7 milioni. Ricordando il primo incontro con Ibra, Mino Raiola ha raccontato: “Dal primo istante capìi che era uno str*** arrogante. Esattamente come lo ero io”. Bisogna necessariamente partire da qua – da questa ironica ammissione – per raccontare il “Consigliori”, l’agente spregiudicato e dal fiuto finissimo, il padre putativo di molti suoi assistiti, il Belzebù del pallone, il Jerry Maguire con la valigia di cartone, il Faraone delle commissioni, il “Ciccione che ha modi da mafioso” per Alex Ferguson, addirittura l’uomo – secondo un sondaggio di un paio d’anni fa di “Voetbal International” – più influente del calcio olandese, più di Cruijff per dire.

SOLO PUROSANGUE NELLA SUA SCUDERIA

Oggi che Mino Raiola si congeda da questo mondo, provare a definire i contorni della sua figura non è semplice. La Storia non gli interessava, gli si addiceva la Cronaca. Per cominciare basti dire che: ha stravolto un mondo. Ha alzato sempre il tiro, muovendo a proprio piacimento i top-player sulla scacchiera del calcio europeo. Erano sue le pedine, il sospetto è che fosse sua anche la scacchiera. Ora il mal di pancia, ora l’ambizione, ora la divergenza di obiettivi. Arrivavano in una squadra, dopo sei mesi ne volevano un’altra. Soldi, questione di. Soldi. Soldi. Soldi. Ne ha mossi tantissimi, Raiola. Sua la commissione record di tutti i tempi. 26,154 milioni intascati nel 2016 per portare Paul Pogba dalla Juventus al Manchester United. Negli ultimi anni si attestava su una media di 65-70 milioni l’anno di commissioni, sul podio degli agenti più ricchi, dopo Jorge Mendes e Jonathan Barnett. Solo cavalli pregiati nella sua scuderia, solo purosangue. Ibra, ovviamente. Pogba. Lukaku. Donnarumma. De Ligt.

HA CAMBIATO RUOLO E MISSIONE DELL’AGENTE

Va detto con chiarezza: Raiola ha ribaltato la figura dell’agente, la cui evoluzione – in questi ultimi vent’anni – è andata di pari passo con quella del calciatore che da dipendente – il cartellino era della società – si è trasformato in azienda, con modalità di azione riconducibili al celebre slogan femminista: il corpo è mio e lo gestisco io. E’ andata esattamente così. A Raiola va il merito – la colpa? – di aver ribaltato anche la dinamica dei rapporti con i calciatori. E’ stato Raiola a scegliere i suoi assistiti, come un sovrano indica i vassalli; mai il contrario. Era Raiola a trattare – dall’alto in basso – con le società. Se entravi nel giro di Raiola eri sicuro che il tuo valore sarebbe balzato alle stelle. La deregulation varata dalla Fifa di Joseph Blatter nel 2015 ha reso il calciomercato una giungla. Di questa giungla, Raiola è stato il padrone incontrastato. Di più: l’intermediario abilissimo nel trattare per conto di chi vendeva, di chi comprava, dello stesso oggetto della compravendita. Raiola, uno e trino.

VIA LE CRAVATTE, MEGLIO BERMUDA E POLO

Sempre a Ibra disse: “Vuoi diventare il miglior calciatore al mondo o quello che guadagna di più?”. Con Raiola buona la seconda. Con lui i calciatori erano legati da un rapporto fortissimo, un patto di sangue prima ancora che professionale. Salivi sulla giostra, non scendevi più. Esemplare il caso Balotelli. Ad un certo punto SuperMario valeva perché era Raiola a decretarne il valore, non certo le prestazioni in campo. Raiola ha avuto anche un ruolo cruciale nel costume del nostro calcio. Prima di lui, per decenni, l’agente si manifestava signorile nei modi, azzimato nel porgersi. Doveva fare bella figura, essere credibile. Giacca, cravatta, polsini alla camicia, Rolex da sfoggiare, diploma anche no, a che serve in fondo? Con Raiola tutto questo è diventato fuffa. Abolite le cravatte, inutile il doppiopetto. Polo extralarge, da bagnino svogliato. Bermuda che – negli incontri nei grandi hotel – sembravano persino offensivi. Era in realtà un modo per marcare il territorio, per ribadire: sono io quello che comanda. Forse era un retaggio dell’infanzia da immigrato, forse lo sberleffo dell’uomo partito dal nulla, il self made man che si è fatto da sé e che – dopo aver covato tanto rancore – si prende la sua rivincita.

DAL PROFONDO SUD ALL’OLANDA

La sua biografia andrebbe studiata nelle scuole. Nato di otto mesi a Nocera Inferiore, 4 novembre 1967, ma solo perché ad Angri, nel Salernitano, dove vivevano i suoi, l’ospedale non c’era. Profondo Sud, quando ha un anno affronta seduto sul seggiolino della macchina il viaggio che gli cambierà la vita. Il padre ha un’officina dell’Alfa Romeo e una pompa di benzina sulla Napoli-Salerno statale 18, ma intuisce che i soldi veri li può fare in Olanda. Cresciuto ad Haarlem, pizzaiolo per la leggenda, certo, di pizze ne avrà infornate un paio per gioco, in realtà tuttofare nella pizzeria del padre, denominata inevitabilmente “Napoli”. Il ragazzo è sveglio, si dà da fare. A 15 anni fa il contabile in pizzeria. A 17 anni si fidanza con un’Olandesona di dodici anni più grande di lui, tanto che verrebbe da dire: ne prende la procura. A 19 anni acquista un McDonald, lo rivende quasi subito e fa i primi soldi veri.

ROY E BERGKAMP I PRIMI COLPI

Intanto gioca a calcio, nell’Haarlem. Non ha futuro da calciatore, così, a forza di tormentare il presidente, che è cliente della pizzeria del padre, si fa assumere come direttore sportivo. Retroscena: ad un cerio punto contatta il presidente del Napoli Corrado Ferlaino e sta per convincerlo a comprare l’Haarlem per farne un club satellite del Napoli. Ha fiuto, occhio lungo, ma lo frega il carattere, naturalmente inclinato al litigio. Se ne va dal club, fonda la “Intermezzo”, agenzia che cura i trasferimenti dei giocatori olandesi in Italia. Il primo è l’ala sinistra Brian Roy, dall’Ajax al Foggia, anno di grazia 1992. A Foggia conosce anche la ragazza che diventerà sua moglie. Intanto Rob Jansen, il boss dei procuratori olandesi dell’epoca, gli chiede di fare da interprete nel trasferimento di Dennis Bergkamp dall’Ajax all’Inter, siamo nel 1993.

IL METODO RAIOLA E L’OPERAZIONE NEDVED

Di Mino Raiola si comincia a parlare in giro. Ma il primo vero colpo è Pavel Nedved alla Lazio. Il trasferimento è facilitato anche dall’amicizia che Raiola ha con Zdenek Zeman, conosciuto ai tempi di Foggia. E’ sempre grazie a Nedved che prede per la prima volta forma il “Metodo Raiola”. L’ha raccontato lui stesso: nel 2001 Nedved lascia la Lazio, c’è la Juve ad attenderlo. Chi decide che è ora di partire? Nedved o Raiola? Indovinate. Jet privato, fuga da Roma, incontro segreto a Torino. Segreto mica tanto. Luciano Moggi, d.s. della Juve, ha convocato i giornalisti in aeroporto all’insaputa di Raiola. Che se la lega al dito e nella trattativa sarà ferocissimo. Con Moggi c’era un precedente: una decina d’anni prima, in un ristorante di Torino, i due si erano casualmente incrociati e Mino aveva mancato di rispetto a Big Luciano.

MI SOTTOVALUTANO? MEGLIO, COSì GUADAGNO DI PIù

Il phisique du role non lo aiutava. Tracagnotto, i capelli arruffati, lo sguardo impigrito, l’aria volutamente inoffensiva, da pizzicotto sulla guancia o birra al locale di sotto, non certo da firma con penna d’oro a piè di un contratto milionario. Come no. E infatti, ha detto: “Vesto così male che quando parliamo di affari tutti mi sottovalutano e io guadagno di più”. In realtà Raiola – moglie, due figli, residenza a Montecarlo, case ad Amstedam e a Miami, vacanze di famiglia a Villa Maria a Francavilla – parlava sette lingue, tutte imparate da autodidatta, anche l’italiano. Non è una battuta, a casa Raiola si parlava solo il dialetto. L’inglese l’aveva imparato guardando Mickey Mouse sul canale olandese. E aveva comunque studiato per due anni giurisprudenza, aveva lavorato come mediatore per banche: il suo compito – ah, il destino – era quello di dirimere le lamentele dei clienti e dei fornitori. Clienti di qua, fornitori di là. In mezzo lui. Ma anche: sia di qua che di là. Per tutta la vita si è sentito risuonare nelle orecchie l’amorevole consiglio di mamma Nunzia: “Mino, conciati meglio”. Per tutta la vita se n’è fregato. Contava la sostanza, aveva ragione. Partire dal nulla, arrivare ad avere il mondo ai tuoi piedi. Lo stile è un lusso, a mandare avanti il mondo è il fatturato.

Vesto così male che quando parliamo di affari tutti mi sottovalutano e io guadagno di più

Mino Raiola

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