Boateng: “In 11 anni non è cambiato nulla. Ai prossimi insulti razzisti, partita persa a tavolino”

L’ex rossonero nel 2013 si tolse la maglia e andò via dopo un’amichevole con la Pro Patria: “Pronto ad andare a Milanello da Mike. I social sono il terreno dell’odio, e non sono tutti forti come Ibra…”

Marco Pasotto

24 gennaio 2024 (modifica alle 18:47) – MILANO

Ogni volta che si ripresenta la vergogna, come a Udine, lui inevitabilmente torna con la memoria a quel giorno. Quel giorno – 3 gennaio di undici anni fa – Kevin-Prince Boateng reagì al razzismo con un gesto forte: interruppe una sua stessa azione, raccolse il pallone con le mani, lo scagliò con rabbia verso il settore da cui stavano arrivando ululati vari, si levò la maglia e si diresse verso gli spogliatoi. Contesto: Pro Patria-Milan, stadio Speroni di Busto Arsizio. Un’amichevole triste che si concluse dopo mezzora, quando il capitano Ambrosini ritirò la squadra in segno di solidarietà al compagno. Oggi KPB ha 36 anni, ha dato l’addio al calcio giocato ed è consulente personale di Infantino alla Fifa, con la quale sta portando avanti un progetto sulla “mental health”, la salute mentale dei calciatori. 


Prince, undici anni dopo siamo ancora qui a parlare delle stesse cose. I passi avanti sono stati pochi. 

“Pochi? Direi zero. Se il portiere del Milan deve abbandonare il campo significa che non è successo nulla. Non è più nemmeno una cosa triste, è semplicemente vergognosa. Lo capisco al cento per cento quando minaccia di non giocare più. E sono cose che succedono in svariati paesi europei”. 

In questi anni di potenziali soluzioni al problema ne abbiamo sentite tante: la sua quale sarebbe? 

“Intanto occorre che un maggior numero di giocatori trovino il coraggio che ha trovato Maignan. A parlare e a esporci siamo sempre e solo quelli di colore. Non basta più lo slogan ‘basta col razzismo’, servono calciatori di tutte le nazionalità che prendano posizione. Perché dobbiamo metterci nei panni dei giocatori di colore che tutti i giorni si svegliano e sanno di poter avere un problema per la loro pelle”. 

Ha contattato Maignan? 

“Gli ho scritto due volte, lui è un ragazzo fenomenale. Lo posso aiutare, stiamo lavorando per cambiare le cose. Se lo vorrà, andrò a trovarlo a Milanello, perché ha bisogno di una mano. Anche se magari dice di stare bene, non sai mai come una persona poi reagisce nel suo intimo”. 

Marc Zoro ha detto che Mike ha fatto male a riprendere a giocare. 

“Capisco Maignan. E’ tornato a giocare perché è un professionista, ama il calcio, vuole vincere e c’era tutta la squadra in ballo. Se avesse fatto uno sport individuale, se ne sarebbe andato sicuramente”. 

Torniamo alla sua ricetta: okay i giocatori che devono avere più coraggio, ma in termini di provvedimenti istituzionali? 

“Semplice, occorre buttare fuori la gente dagli stadi. L’esclusione a vita di quel tifoso dallo stadio dell’Udinese decisa dal club è stato un gesto molto importante, anche perché è stato fatto senza attendere la giustizia sportiva. L’Udinese ha fatto una cosa molto importante perché quando succederà di nuovo, il prossimo club coinvolto non potrà fare di meno, ma dovrà fare di più. Dopo di che, dico partita persa a tavolino al primo episodio. Senza aspettare gli annunci ripetuti dello speaker”. 

Il provvedimento è stato una partita a porte chiuse. 

“Degli stadi vuoti importa poco. La gente si mette davanti alla tv per una volta e quella dopo torna allo stadio come se nulla fosse successo. Se invece squadra perde, il tifoso viene punto nel vivo. Questa sì che sarebbe una sanzione che fa riflettere. Servono anche più telecamere e microfoni, così si arriva subito al colpevole. Invece sei mesi di stadio chiuso, come dice Zoro, può essere un’idea. Se le sanzioni non sono forti, il mondo non cambia. Una giornata di chiusura a Udine è uno scherzo, una sanzione che mi fa ridere. Qualcosa che non fa paura alla gente. Però serve l’appoggio di tutti, è troppi anni che se ne parla”. 

Secondo lei cosa passa nella testa dei tifosi che si macchiano di questi episodi? 

“Tanti lo fanno apposta perché sono ignoranti, non credo siano tutti razzisti nel vero senso della parola. Ma sanno che così facendo toccano il cuore e la sensibilità del giocatore”. 

Se lei avesse davanti il tifoso di Udine, che cosa gli direbbe? 

“Gli darei la Bibbia e gli direi che ci serve Gesù. Se si prega, queste cose non succedono. Serve Gesù per tutti, con la Bibbia fin dalle scuole per i bambini: dove c’è lui non c’è razzismo. Io l’ho capito a un certo punto della mia vita”. 

Ci racconti. 

“Ero retrocesso con l’Hertha, e inoltre avevo capito che stava arrivando il momento di smettere. Sono partito per Sydney, invitato dalla Fifa al Mondiale femminile. Un giorno sono entrato in una chiesa e dopo cinque minuti mi sono ritrovato a piangere. Così, di punto in bianco. Ho dato la mia vita a Gesù in quel momento”. 

A proposito di Fifa: ci racconti meglio il progetto sulla salute mentale che sta portando avanti con Infantino. 

“E’ uno strumento che aiuterà i calciatori a livello psicologico. Sono affiancato da Rio Ferdinand e Vinicius Jr, che ci vuole dare un grande aiuto. Ma stiamo coinvolgendo molti altri giocatori, come Rakitic e Thiago Silva. Tanti hanno la depressione, hanno difficoltà a casa. Non conosco un giocatore che non abbia problemi mentali. Io ci sono passato, dalla depressione. Mi capitava di stare un mese a letto senza mangiare, senza fare la doccia. Veniva mio figlio a trovarmi e non sapevo cosa fare con lui. Ed ero Kevin-Prince, sì, ero forte e ricco ma tornavo a casa piangendo perché non ero felice. Da fuori tutti pensano che siano cose che non possono succedere a chi fa la nostra vita dorata, ma non è così”. 

I social non aiutano, per usare un eufemismo. 

“Sono il terreno dell’odio. Chiunque può insultare in modi forte, violento. Non capisco perché chi gestisce queste piattaforme non prende provvedimenti adeguati. Un giocatore nero che vede sotto il suo profilo la faccia di una scimmia va a casa e ci sta male. Non sono tutti forti come Ibra”. 

Già, Ibra. Lui dagli episodi di razzismo c’è passato più volte e ora è di nuovo all’interno del Milan. Servirà anche sotto questo aspetto? 

“E’ un uomo molto forte, ha esperienza e mentalità, avere uno come lui ti aiuta tantissimo. In generale, penso che il suo ritorno al Milan sia un fattore molto importante: per me lui, in questo momento, è la figura più importante dentro il club perché riesce ad essere un bel collante tra squadra, allenatore e società”. 

Ma perché, come diceva prima, da quel Pro Patria-Milan sono passati undici anni e non è cambiato nulla? 

“Tutti dicono ‘sì, facciamo, agiamo’, ma poi non capita niente perché ognuno pensa a se stesso, pochi prendono davvero l’iniziativa. Tanti hanno paura, il mondo è diventato così. Magari la domenica hai perso e il lunedì allora dici ‘non posso parlare di razzismo ora, devo pensare alle cose di campo’. Per quanto mi riguarda, avere la possibilità di provare a cambiare qualcosa mi rende molto orgoglioso”. 

Dove vive attualmente? 

“Ancora a Milano, ma da agosto m trasferisco a Sydney, il posto più bello del mondo. Ho qualche progetto anche lì, per far crescere il calcio. Sono un po’ stufo dell’Europa, voglio stare in Australia un bel po’. L’Europa è diventata cattiva. Anche a livello politico. Vedo per esempio la Germania, dove sono nato, in cui sta provando a governare chi odia e chi è razzista. E se li seguono in tanti, allora è arrivato il momento di andare via”. 

Chiudiamo con una domanda leggera, di pallone: lei che era un trequartista, le piace Loftus-Cheek in quel ruolo? 

“E’ forte, quello italiano è un campionato perfetto per lui, mi ricorda me stesso e il primo Nainggolan. Ruben sta dentro bene in questo Milan, ma di Prince Boateng ce n’è solo uno…”. KPB ride di gusto: l’unica risata in mezzo a tante riflessioni amare.

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