Bayer Leverkusen-Roma, le scelte di De Rossi

Lo scorso anno, davanti alla BayArena, regalavano ai tifosi del Leverkusen una maglietta con il motto del club: «Insieme per il nostro sogno». Si riferivano ovviamente alla finale, che poteva essere raggiunta solo annullando lo 0-1 dell’andata. Stavolta invece è la Roma a sognare l’impresa, dopo la brutta notte dell’Olimpico. I bookmaker italiani quotano a 15 la grande rimonta, anche perché l’avversario è imbattuto da 48 partite: perché mai dovrebbe crollare sul più bello perdendo addirittura con due-tre gol di scarto? Di sicuro è un’ipotesi non prevista dal Bayer, che ieri mattina ha fatto comparire per errore sui profili social le informazioni per acquistare i biglietti della finale di Dublino. È una gaffe che si somma alla famosa esultanza del collaboratore di Xabi Alonso, felice per aver incrociato di nuovo la Roma in semifinale. Ma proprio questo elemento, il senso di invincibilità unito alla scarsa esperienza nel gestirlo, può essere il rinforzo psicologico per fare la rivoluzione.

Le speranze di De Rossi

È già successo 12 volte nelle coppe europee: essere battuti 2-0 in casa e poi qualificarsi con un risultato shock al ritorno. Vuole infilare il tredici De Rossi, che da giocatore ha già vissuto due volte una situazione identica e in entrambi i casi ha davvero sperato di sovvertirla. Contro il Manchester United nei quarti di Champions 2008 proprio lui calciò malissimo un rigore sullo 0-0 nel primo tempo, a Old Trafford, prima del gol di Tevez che avrebbe anestetizzato la partita. Nel 2016 invece, al Bernabeu contro il Real Madrid, Dzeko e Salah sbagliarono di tutto davanti alla porta, consentendo a Cristiano Ronaldo di godersi i soliti momenti di gloria. De Rossi in quel caso però non giocò. Quanto alla Roma in assoluto, che di lì a poco avrebbe vinto lo scudetto, nel 2001 venne fermata ad Anfield dal Liverpool e soprattutto dall’arbitro Garcia Aranda, che fischiò e poi cancellò un rigore sul risultato di 0-1, creato da un tiro vincente dell’uruguaiano Guigou. Ovviamente fece tutto da solo, perché all’epoca non esisteva il Var. Insomma: nelle tre trasferte internazionali cominciate da uno 0-2, la Roma è sempre tornata a casa con qualche rimpianto, recitando la poetica dei se e dei ma.


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