Baldieri: “Capello cacciò dal Milan Allegri. Conte troppo energico. Ora faccio il gelataio”

Nella sua vita il gusto ha sempre fatto la differenza. Prima quello che provava al campetto dietro casa, tra partite che non finivano mai e piccoli grandi sogni cullati in provincia. Poi il gusto delle vittorie al fianco di chi un esempio lo era già e poi è diventato ancora più grande. Infine quello della sua seconda vita, in caffetteria e in mare aperto. Paolo Baldieri è ripartito da Lecce, dove ha corso con i colori giallorossi sulle spalle, gli stessi difesi a Roma nell’anno dello scudetto dell’83’ sotto lo sguardo di Nils Liedholm, in campo al fianco di Carlo Ancelotti e Bruno Conti. Paolo Rossi è stato un modello, Antonio Conte è ancora un buon amico con cui fare due chiacchiere nella sua Lecce davanti ad un buon caffè. Oggi Baldieri non fa programmi, ma ascolta il suo cuore e il suo bisogno di insegnare qualcosa a chi gli sta intorno.

Paolo, che cosa fa oggi nella sua vita?

Mi sono staccato dal mondo del calcio. Quando ho smesso di giocare, ho seguito i corsi da allenatore. Sono stato per sette anni in Federazione, ho lavorato nelle Nazionali giovanili. Ricordo i miei anni di formazione a Roma, i nostri programmi girano ancora sui siti della Federazione. Poi ho lasciato perdere tutto. I miei figli erano piccoli e non volevo mettermi a girare per l’Italia. Così li ho visti crescere.

Com’è nato il suo feeling con Lecce?

Ci ho giocato dal 91′ al 95′. Quando ho smesso di giocare, ho lasciato Lecce e sono stato per sette anni a Ladispoli. Poi mi sono messo in società con alcuni amici. Le case del centro storico di Lecce iniziavano ad attirare interesse. Si comprava, si ristrutturava, si vendeva. Sono rientrato per seguire questa attività. Ho portato la mia famiglia giù. I miei figli stanno bene. Mia moglie è di Roma e ha un po’ sofferto invece. Anche io sono romano: mi piace tornare nella mia città, magari starci una settimana, di più non riesco. 

Com’è nata l’idea di investire nel gelato artigianale?

Ho aperto questa attività per dare un’opportunità di lavoro ai miei figli. Nel 2012 c’era una crisi profonda nel mondo dell’edilizia, così ho preso il locale che possediamo oggi. Io voglio sapere intervenire quando non va qualcosa. Se il gelato rimane lucido significa che gli zuccheri non sono ben equilibrati: per saperlo bisogna avere studiato. Conoscere tutto è segno di competenza. Non è stato facile. Ci siamo confrontati con gente abituata a gusti semilavorati, industriali. È difficile imporre qualcosa al di fuori delle abitudini.

Fate anche altro?

Tutto quello che si può fare in una caffetteria. Abbiamo il reparto pasticceria, poi prepariamo aperitivi. Il nostro caffè è ottimo, quando capita lo faccio io al bancone. Uno dei miei figli si è innamorato di questo lavoro. Assaggio quello che c’è, poi sistemo quello che non va. Quando abbiamo aperto, io ero ovunque. Lavavo piatti e tazzine, stavo anche in laboratorio. Passavo il tempo a parlare con i clienti. Ho cercato di percepire gli umori della gente stando fuori. È come essere in panchina: si sentono meglio applausi e fischi. 

Le manca il calcio?

Lo seguo ancora. Però un’altra passione mi ha cambiato la vita. Da piccolo sognavo di avere una canna da pesca tra le mani su un galleggiante. Crescendo ho imparato tante cose nuove. Ho avuto una barca per tre anni e ho portato tante persone a pesca. Sono andato in pensione, ho lasciato i figli nel locale, io mi sono dedicato al mare. Ho scoperto che mi piace conoscere le cose e insegnare agli altri quello che so.

Com’è nato calciatore? Chi ha portato il pallone a casa?

Papà mi ha messo il pallone nel girello. Con il piedino sinistro cercavo di colpirlo. Ho cominciato prima a toccare il pallone che a camminare. Abitavo a Ladispoli in periferia di Roma, di fronte al campo sportivo. Crescere in un paese è stata una fortuna. Nella bella stagione alle due del pomeriggio iniziava la prima partita, alle quattro la seconda, alle sei la terza. C’erano tre campetti nel raggio di cinquecento metri. Ero sempre in inferiorità numerica, a volte giocavo con due in meno. Finiva che correvo sempre per due. 

E Roma cos’era per voi?

Un sogno! Mio padre era romanista, mia madre anche. La prima partita che ho visto allo stadio Olimpico è stata Lazio-Vicenza. Quel pomeriggio ho scoperto Paolo Rossi: aveva 18-19 anni. Quel giorno il Vicenza ha vinto 3-1 con tripletta di Rossi. Era l’Ira di Dio. È stato bello affrontare Paolo qualche anno dopo.

Com’è stato il suo impatto con il mondo Roma?

Quando sono arrivato facevo 10-15 palleggi. Le prime convocazioni in prima squadra mi hanno fatto crescere. Il palleggio era una delle armi preferite dall’allenatore Nils Liedholm. Io vedevo a fianco a me Falcão e Bruno Conti, gente che sapeva trattare il pallone. Sono stati uno stimolo per me. Poco tempo dopo il mio arrivo anche io facevo più palleggi di prima. Ho rubato qualche segreto a quei campioni.

Che cosa ricorda dello scudetto vinto nell’83’?

Quall’anno ho cominciato ad andare in prima squadra. Liedholm mi chiamava perché ero velocissimo. Io ero l’uomo perfetto per alzare la squadra: partivo e non mi prendeva più nessuno. Ricordo gli scontri con Pietro Vierchowod. Poi Agostino Di Bartolomei: non era veloce, ma aveva grande senso della posizione.

Che allenatore era Liedholm invece?

Quando finivamo l’allenamento ci chiedeva di restare per allenarci sui tiri in porta. Il mister voleva che calciassi sempre sul secondo palo di Franco Tancredi. Una volta ho segnato sul primo e si è arrabbiato. Secondo lui il portiere sapeva dove avrei tirato. Dovevo colpire sul primo con cattiveria. Aveva ragione.

Che compagno era Carlo Ancelotti?

Uno vero spettacolo. Ricordo con piacere anche Aldo Maldera che mi portava dal parrucchiere. Luisa Gibellini, l’ex moglie di Ancelotti, stravedeva per me. Lui aveva sempre una parola buona, mi dava tanti consigli. Era un uomo brillante e simpatico, ironico. Carlo ha preso il calcio con serietà, io con allegria. Per me era come quando andavo al campetto. Ho mantenuto quello spirito, ma non ero superficiale.

Quando ha deciso di smettere?

Un giorno sono tornato a casa e l’ho annunciato a mia moglie: mi ha chiesto se fossi matto. Avevo subito troppi infortuni. Non volevo né rubare lo stipendio né avere altri problemi. Ho detto basta a 32 anni.

Precedente Serie A, la qualità nell'era di Omicron Successivo Endt: "Inter, Onana può diventare un pilastro. Talentuoso ma spericolato"

Lascia un commento