Auguri Platini, l'uomo che visse tre volte

Oggi Michel Platini compie 67 anni. È l’uomo che visse tre volte. La prima da giocatore, la seconda da dirigente, la terza da prigioniero. Di radici italiane, nato a Joeuf, al confine con Belgio e Lussemburgo, sangue blu (in tutti i sensi) e lo stile un po’ naif di coloro che svolgono una passione per mestiere, come noi giornalisti, e non un mestiere con passione.

Nancy, Saint-Etienne, un flirt con l’Inter andato male e dal 1982, subito dopo il Mundial del nostro concerto, la Juventus. L’idea venne all’Avvocato. Soffiato Zibì Boniek alla Roma di Dino Viola, Giampiero Boniperti era fermo a Liam Brady. Che, nonostante lo sfratto, firmò il rigore della doppia stella a Catanzaro.

Juventus-Torino, c'è anche Platini in tribuna per il derby

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Juventus-Torino, c’è anche Platini in tribuna per il derby

Da Re sole a Re solo. Fuoriclasse di palla-al-volo, tre Palloni d’oro e tre titoli di capocannoniere consecutivi; l’Europeo del 1984 divorato con 9 reti; due scudetti; una pila di coppe; la tragedia dell’Heysel a spegnerne il sacro fuoco e l’Intercontinentale di Tokyo, con quella posa da Paolina Borghese per un gol, tra i più brillanti della carriera, misteriosamente annullato dalla goffa pignoleria di un arbitro tedesco, Volker Roth; l’addio nella pioggia del Comunale, un pomeriggio di maggio del 1987, a nemmeno 32 anni. A Napoli lo aspettava Diego Maradona; a Milano, Kalle Rummenigge; a Udine, Zico. Beato lui.

Dirigente, lo era già in campo. Allenatore, viceversa, non lo è mai stato, neppure ai tempi in cui ricoprì la carica di ct della Francia e la portò alla fase finale dell’Europeo 1992, in Svezia; rassegna dalla quale uscì subito. I geni, inarrivabili nel trasmettere emozioni, faticano a diffondere nozioni. Eletto a Dusseldorf, è stato presidente dell’Uefa dal 2007 al 2016. Sognava il calcio ai calciatori, propugnava il fair play finanziario, tifava per i Paesi-nani, non importa se al prezzo di scarti tennistici, «perché la democrazia è [anche] noia». Si circondò di una Camelot esageratamente devota, volò troppo vicino a Joseph Blatter e troppo lontano dalla prudenza suggeritagli dai sodali più servizievoli e meno servili. Sino a schiantarsi, nel 2015, sulla candidatura alla presidenza della Fifa. Il «colonnello» non gradì e gliela fece pagare. Saltò fuori, d’improvviso e curiosamente, una vecchia consulenza di due milioni di franchi svizzeri che il boss, in «occhiali scuri», aveva girato all’ex delfino. Per tacere del Mondiale in Qatar, votato da Michel al culmine di piroette non proprio edifi canti. Condannato a otto anni di squalifica dal comitato etico della Fifa, poi ridotti a sei in appello e a quattro dal Tas di Losanna. Sotto processo a Bellinzona, per truffa, sempre in compagnia del satanico Sepp; richiesta dell’accusa, venti mesi di reclusione con la condizionale; sentenza, l’8 luglio. Fatico a immaginarmelo corrotto o corruttore. Mi è più facile pensarlo superficiale, presuntuoso, visceralmente «francese» come affiora dalle pagine di un bel libro di Enzo D’Orsi, «Michel et Zibì: gli amici geniali», edizioni inContropiede. Boniperti, scomparso giusto un anno fa, il 18 giugno 2021, aveva dietro la famiglia Agnelli. Platini ha avuto davanti la «famiglia» Blatter. Ecco.

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