Antognoni compie 70 anni: “Voglio tornare nel calcio, magari in Figc…”

Cosa vorrebbe fare adesso Antognoni? 
«E’ semplice, vorrei restare nel calcio, magari nel giro della Nazionale, come avevo già chiesto. Anche nelle rappresentative giovanili. Ho parlato con Gravina, un po’ con tutti, però al momento siamo fermi. Capisco anche le difficoltà degli ultimi anni, non ci siamo qualificati due volte per i Mondiali. Ora ci sono gli Europei, vediamo cosa succede dopo».

Antognoni, quindi, sente di poter dare ancora qualcosa al calcio. 
«Assolutamente. Anche se oggi questo ambiente non mi fa impazzire come prima. E’ cambiato in modo repentino, sono cambiati i meccanismi, le società e i giocatori inseguono il business. Non ci sono più i presidenti di una volta, fra questi ci sono pochi italiani e sono apparsi i fondi. Uno abituato a lavorare in un certo modo si trova in difficoltà». 

Ma preferirebbe la Federazione o un club? 
«Con le nazionali sono stato dodici anni, e sarei rimasto in Federazione se non mi avesse chiamato la Fiorentina. Da altre parti non si può andare perché non ti prendono: evitano certi giocatori che fanno parte del passato. Quindi per me è un discorso più difficile. Ma la mia porta, tuttavia, resta sempre aperta».

E la Fiorentina? 
«C’è stato il distacco, è difficile. Non impossibile ma difficile».

Le pesa tutto questo? 
«Ho fatto anche una scelta, perché non mi andavano bene le situazioni che si erano create. Non ho accettato quello che mi volevano dare (nel 2021 il club viola lo sollevò dall’incarico di team manager con un’offerta per un ruolo nel settore giovanile, ndr). Poteva anche essere una cosa buona, ma in quel momento non me la sono sentita. Però sono rimasto nell’ambiente: vedo partite, mi documento. Insomma, non faccio il pensionato…».

Antognoni è indiscutibilmente il Capitano della Fiorentina. Ma la sua storia racconta che lei prese la fascia quando aveva solo 21 anni. Inimmaginabile oggi… 
«Arrivai a Firenze a 18 anni, giocai subito in A. C’erano Merlo e De Sisti, i capi carismatici. Quando andarono via, il capitano era Ennio Pellegrini. Arrivò Mazzone dopo la vittoria della Coppa Italia e disse a Pellegrini che la fascia toccava a me. Oggi una cosa del genere sarebbe difficile, ma io in quel momento ero in auge, ero entrato in Nazionale nel 1974. Ero il più rappresentativo».

Lei è nato con Gianni Rivera in mente. 
«Ero milanista, come tutta la famiglia. Mi piaceva il suo modo di giocare, gli assist, i gol che segnava. Non dico che cercavo di copiare, ma almeno di somigliargli».

Due grandi occasioni mancate: lo scudetto 1981-’82 e la finale del Mondiale 1982 che non ha potuto giocare. 
«E’ successo tutto nel giro di una stagione… Rivivo quei momenti nella storia dei miei 70 anni, tra fortuna e sfortuna».

L’incidente con Silvano Martina e poi quello con Luca Pellegrini quanto le hanno portato via della sua carriera? 
«Abbastanza. Il più pesante è stato il secondo. Quello di Martina, anche se era più grave, mi ha portato via poco, saltai 15 partite. Miani mi sostituì bene, ma se ci fossi stato io in condizioni ottimali… Avevo 27 anni, ero nella piena maturità».

Cioè la Fiorentina quella stagione avrebbe vinto lo scudetto… 
«Con me, penso di sì. Senza nulla togliere a Miani, ovviamente. Almeno un punto in più o due li avremmo avuti… (ride, ndr). Certo, poi gli episodi ci hanno danneggiato. Se a Cagliari ci fosse stato il Var…». 

Un legame con Firenze fortissimo, ma c’è stata veramente una volta in cui la sua carriera poteva andare da un’altra parte? 
«Due volte: nel 1978 con la Juve e nel 1980 con la Roma. Dopo i Mondiali in Argentina la Fiorentina mi chiamò e mi disse che si erano fatti avanti i bianconeri. Poi due anni dopo, quando entrarono i Pontello, io e mia moglie andammo a casa del presidente Viola. Liedholm mi voleva a tutti i costi. Alla fine, entrambe le volte, ho scelto io di restare a Firenze. Nel 1980 la Fiorentina aveva una proprietà nuova, che aveva buone intenzioni. E infatti per quattro stagioni siamo stati al vertice. E oggi, a 70 anni, i tifosi mi ripagano del fatto che non li ho mai traditi. Martedì prossimo mi fanno una festa a Firenze: non so se l’avrebbero organizzata se fossi andato via tanti anni fa…».

Però una volta qualcuno parlò di tradimento: quando andò al Losanna. 
«Quello fu un prepensionamento. Ero appena rientrato dall’ennesimo infortunio, era arrivato Baggio e non mi andava di rompere le scatole. Decisi di accettare il Losanna».

Ugolini, Melloni, Martellini, Pontello, Cecchi Gori, Della Valle, Commisso: tanti i suoi presidenti, da giocatore e da dirigente. A chi è rimasto più legato? 
«Di solito si ricorda sempre chi ha avuto più fiducia in te. Ugolini mi portò a Firenze pagandomi molto. Però tutti mi hanno voluto bene, per questo sono rimasto così tanto alla Fiorentina. Con i Pontello ho vissuto la parte migliore della mia carriera calcistica, con Cecchi Gori sono stato dieci anni dirigente».

Da dirigente, però, i due divorzi dalla società viola sono stati sempre traumatici: è difficile da spiegare. 
«Con Vittorio Cecchi Gori ebbi una discussione (febbraio 2001, ndr), voleva sostituire l’allenatore, Terim, e in quel momento non lo ritenevo giusto: è chiaro che comandano i presidenti, ma se ti mettono a fare un ruolo, quel ruolo almeno va rispettato. C’è chi rimane e c’è chi va via. Io andai via con il contratto, lasciai dei soldi».

E’ soddisfatto della sua carriera di dirigente? 
«Potevo fare di più, se solo mi fosse stata data l’opportunità. Però da dirigente ho vinto più che da giocatore: una Coppa Italia e una Supercoppa». Un attimo di silenzio: «Ci vuole fiducia nelle persone».

C’è mai stato un altro Antognoni? 
«Ho visto spesso dei giocatori italiani bravi. Ma un altro come me oggi è più difficile: purtroppo di trequartisti che fanno la differenza ce ne sono pochi. Il prototipo del calciatore italiano è un altro: grande corsa, bravino tecnicamente e che faccia un certo ruolo. Ai miei tempi avevamo libertà, oggi sono imprigionati nel sistema: oggi gioca la squadra, non il singolo. Una volta Maradona, Baggio, Del Piero, Totti vincevano la partita da soli». Poi amplia il discorso sul trequartista: «Penso a Pellegrini, che non giocava con Mourinho e ora gioca con De Rossi. Lui le gare le risolve. Invece Barella è il prototipo numero uno del giocatore italiano: centrocampista, corre, rincorre, fa fare gol e li segna. Un calciatore che un allenatore vorrebbe sempre».

Da quale tecnico di oggi le piacerebbe essere allenato? 
«Da uno propositivo, che adotta un sistema di gioco che prevede un trequartista. Se mi mette a fare la punta, però, no. A me piacciono Italiano e Thiago Motta, tecnici che prendono possesso della partita. Poi c’è Inzaghi, che però ha una squadra forte».

Se la Fiorentina perdesse Italiano? 
«Fino ad oggi ha fatto bene, conosce la piazza, la squadra. Ricominciare daccapo sarebbe un piccolo problema: sostituirlo non è facile».

Cosa s i aspetta dal finale di stagione viola? 
«Il momento decisivo è adesso, ci sono gare determinanti, in campionato e nelle coppe. Forse la Conference è la strada migliore».

E la Nazionale all’Europeo? 
«A parte gli ultimi due Mondiali, facciamo sempre la nostra figura. Spalletti è capace, 15-16 giocatori bravi ci sono. Bisogna trovare semmai uno che faccia gol. Per ora il centravanti mi sembra Retegui, per quello che ha fatto. Poi c’è Scamacca. E Immobile. Ma non so se il Ct lo ha messo da parte. Certo, di esterni ce ne sono di più». 

Alla Fiorentina quale giocatore consiglierebbe per la prossima stagione? 
«Una punta centrale».

E il progetto del nuovo Franchi? Lo ha visto insieme a Batistuta, ospite del sindaco Nardella. 
«Molto bello, almeno dal rendering. E poi ci saranno anche le gigantografie di me e di Gabriel, insieme ad altri campioni viola, ovviamente». 

Insomma: auguri, Capitano. 
«La mia vita ormai è delineata. Che posso fare? Rientrare nel calcio, magari per insegnare ai giovani il modo di comportarsi. E non è facile». 

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