Ancelotti, vita da Carlo: la serie

Era il 17 maggio del 1980 quando il ventenne Carlo Ancelotti sollevò il suo primo trofeo. La Coppa Italia vinta ai rigori dalla Roma contro il Torino. Si andò a oltranza e segnò il sesto rigore che invece Zaccarelli sbagliò. Sono passati quarantaquattro anni e il signor Carlo non ha mai smesso di vincere. Ieri, con la sua seconda Liga vinta col Real Madrid, ha raggiunto quota quarantadue titoli: quattordici da calciatore, ventotto in panchina. Degno erede di Carlo V: anche sul suo palmares non tramonta mai il sole, se includiamo i Mondiali per club vinti col Milan in Giappone e col Madrid in Qatar. Sei Champions (quattro da allenatore, nessuno come lui). Da tecnico i cinque principali campionati europei. Non c’è lo spazio per elencare tutte le sue vittorie. 

In panchina, la sera del suo primo trofeo, c’era Nils Liedholm l’uomo che andò a prenderselo che ancora giocava in Serie C, col Parma. C’è tanto Liedholm in lui. E più passa il tempo, più ce n’è. Ancelotti da Reggiolo, cresciuto in una casa senza bagno («bisognava uscire e faceva veramente freddo»), e col nonno che la domenica indossava il vestito buono e lo portava prima a messa e poi a prendere le paste, Ancelotti – dicevamo – ha un dono che solo apparentemente è un ossimoro: è un tradizionalista che non smette di innovare. E di ascoltare. Ogni giorno per lui è una scoperta. Più di qualcuno lo accusa di italianismo (come se fosse un’onta), in realtà le sue squadre sono di bosco e di riviera. Poche settimane fa, mentre i sapientoni lo criticavano per la gara difensiva (e vittoriosa) col City, lui meditava sull’unico errore commesso: se da metà ripresa avesse giocato con la linea difensiva a cinque, il gol di De Bruyne non lo avrebbe subito. «Le critiche? Non ho visto nessun tifoso del Real Madrid triste». 
Si diverte a lavorare e a confrontarsi con uno staff molto più giovane. Il risultato è un football contemporaneo temperato dall’esperienza e dalla sapienza di chi vive il pallone da cinquant’anni. Ultimamente il figlio Davide – con lui in panchina da sempre – ha pronunciato una frase che è un manifesto politico: «Il mio compito è creare dubbi a mio padre».  
Da Ancelotti non ascolterete mai frasi del tipo: “il mio calcio”. La sola ricetta è non adagiarsi. Non pensare di essere il centro del mondo. Oggi ride quando qualcuno gli ricorda che a Parma rifiutò Baggio. È un uomo talmente risolto che non gli danno neanche fastidio quelli che parlano di culo. Anzi. Nessuno si spiega perché Benzema non abbia mai segnato tanto come due anni fa con lui, l’anno del Pallone d’Oro. O com’è possibile che Bellingham sia improvvisamente diventato un bomber: in Liga 18 gol in 26 partite. Parliamo di uno che in Nazionale ne ha segnati 3 in 29 incontri. Sempre culo. 
I milanisti non lo hanno dimenticato. Dopo i rigori col City, rossoneri incalliti ricordavano: “l’ha vinta con tre non rigoristi. Come a Manchester nel 2003”: da Serginho, Kaladze e Nesta a Nacho, Lucas Vasquez e Rüdiger. Quella Champions fu il primo titolo da allenatore, proprio contro la Juventus dove fu bollato come magnifico perdente.  
Ha il passo lento di chi non si lascia trascinare dalla fretta o dall’ansia. Nemmeno nei suoi periodi meno felici. Come quando andò all’Everton e in tanti lo diedero per finito. Anche in quella Liverpool seppe ritagliarsi soddisfazioni: vinse il derby ad Anfield dopo 22 anni e riportò persino l’Everton in testa alla classifica. Bastò una telefonata di pochi minuti con Florentino per tornare a casa. È la quinta stagione al Real Madrid, è il tecnico più longevo dell’era Perez. Non chiedetegli del rinnovo firmato fino al 2026. Vi risponderà: «È roba per giornalisti. Qua se non vinci, fai le valigie». Perciò l’anno prossimo sarà ancora a Madrid.  

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